CGIL: tre referendum sul Jobs Act

La riforma del lavoro promossa da Renzi nel 2014 potrebbe avere vita breve. Il 12 dicembre di quest’anno, infatti, è stato presentato dalla CGIL un referendum abrogativo che ha raccolto circa 3 milioni firme e che dovrà essere esaminato dalla Corte Costituzionale l’11 gennaio.

Questo a patto che non si vada ad elezioni anticipate – in caso di scioglimento della Camera qualunque referendum è da considerarsi sospeso – e che il testo promosso dal sindacato sia ammissibile.

Meglio conosciuta come “Jobs Act”, la riforma del lavoro si compone di otto decreti legislativi ed è stata approvata con non poche polemiche nel 2015. Essa ha modificato significativamente vaste aree del diritto del lavoro, tra cui quelle che riguardano i licenziamenti, prestazioni sociali e contratti. Tuttavia sono solo tre sono i temi toccati dal referendum.

voucher

 

Il primo grande punto si identifica nell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Prima della legge Fornero, esso prevedeva la reintegrazione del dipendente sul proprio posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.

Con le modifiche dell’anno passato, la reintegrazione è stata limitata ai casi di licenziamenti legati a discriminazioni, mentre per i congedi ingiustificati è stata messa a disposizione un’indennità che si quantifica proporzionalmente agli anni di servizio e che può variare dalle quattro alle ventiquattro mensilità.

Si legge dal sito dei promotori del referendum che quest’ultimi non solo intendono ritornare all’originalità dell’articolo 18, ma anche ampliarlo.

“CGIL chiede il referendum per il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento disciplinare giudicato illegittimo, estendendolo anche per le aziende sotto i quindici dipendenti, fino a cinque dipendenti. Nel caso in cui ciò avvenga in un’azienda con meno di cinque addetti, il reintegro non sarà automatico ma a discrezione del giudice.”

Un altro quesito andrebbe ad abrogare la legge Biagi, entrata in vigore nel 2003, la quale aveva eliminato la cosiddetta ‘responsabilità solidale’. Il testo referendario della CGIL chiede la reintroduzione di questo principio, secondo il quale una società è obbligata a tutelare e garantire il posto di lavoro al proprio dipendente in caso di subappalto.

L’ultimo e più dibattuto quesito chiede una limitazione dell’uso dei voucher, poiché secondo CGIL “attraverso l’utilizzo dei voucher il lavoratore accetta impieghi barattati al ribasso e vede azzerati i propri diritti con una risibile contribuzione ai fini previdenziali.” In effetti, quando questi ‘buoni lavoro’ furono introdotti avevano lo scopo di permettere a un datore di lavoro di retribuire legalmente un impiego occasionale – come ripetizioni, pulizie o lavori stagionali – che altrimenti sarebbe stato pagato in nero.

Ad oggi, però, il “Jobs Act” ha ampliato l’utilizzo dei voucher a tutti gli ambiti lavorativi con un massimo di retribuzione di  settemila euro all’anno e tra il 2015 e il 2016 ne sono circolati sempre di più. Di conseguenza, altre forme di contratto a tempo determinato sarebbero state penalizzate e, inoltre, alcuni datori di lavoro avrebbero mascherato la retribuzione in nero acquistando un voucher destinato a coprire solo una parte delle ore effettivamente svolte dal lavoratore.

Questo referendum, accompagnato da una nuova carta dei diritti universali dal lavoro, presentata sempre da CGIL, sembra voler contrastare la diminuzione dei diritti contrattuali.

Anche se, almeno come era stata presentata da Matteo Renzi, essa era stata concepita per incentivare la stipulazione dei contratti a tempo indeterminato grazie alle tutele crescenti e quindi come un modo di accrescere le occasioni di lavoro e non di diminuire i diritti dei lavoratori.

E secondo gli ultimi dati ISTAT l’obiettivo sembra anche essere stato raggiunto, in quanto il tasso di occupazione è cresciuto dell’1,3% rispetto all’anno scorso.

Però, nell’analisi dei dati, non sempre è oro quel che luccica: secondo alcuni analisti, infatti, questa sarebbe solo una bolla che, sì, permette alle imprese di assumere nuovi dipendenti in fase di crescita, ma gli permette altrettanto facilmente di sbarazzarsene nei periodi di crisi.

 

Barbara Venneri
Non chiamatemi Vènneri.

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