La vittoria del No e le dimissioni di Renzi

In un articolo uscito su Rivista Studio, intitolato Sono più importanti le domande o le risposte?, Anna Momigliano scrive:”Proust, riuscì in una delle imprese più difficili per chi è impegnato in una conversazione: dare una risposta intelligente a una domanda stupida”.

In un impaccio simile a quello dello scrittore francese si trova chi voglia commentare l’esito del Referendum Costituzionale.

Il dibattito sulla riforma, infatti, è stato sclerotizzato fin dai suoi esordi e ormai è stato già detto tutto e il contrario di tutto.

La responsabilità è da attribuire soprattutto alle dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi in un’intervista a Tito Caro, datata gennaio 2016, in cui affermava:”Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica”. Oltre al merito della riforma, la responsabilità più grande attribuita a Renzi è proprio quella di aver personalizzato il referendum riducendo una riforma costituzionale ad una sorta di midterm election che valutasse l’operato del suo governo.

Sebbene questa posizione sia poi stata sconfessata, il 9 agosto alla festa dell’Unità di Bosco Albergati (Mo) da una nuova dichiarazione: “Ho fatto un errore a personalizzare troppo, bisogna dire agli italiani che non è la riforma di una persona, ma la riforma che serve all’Italia”, gran parte del dibattito politico si era ormai polarizzato nei fronti pro e contro Renzi.

Nonostante alcuni eroici tentativi di analizzare la riforma nel merito, soprattutto ad opera di giuristi e professori universitari – peraltro a loro volta nettamente divisi – è innegabile che il personalismo di Renzi abbia inciso in maniera decisiva alla stesura della riforma e all’esito del referendum.

Tutte le ironie sugli schieramenti che si erano dichiarati a favore del Sì e del No non tengono conto di quanto questi schieramenti fossero completamente coincidenti con chi sostiene e chi oppone Renzi.

Lo schieramento, vittorioso, del No comprendeva D’Alema, Bersani, Salvini, Brunetta, Berlusconi, Grillo e Meloni; apparentemente un’accozzaglia informe, in realtà l’insieme di coloro che, per un motivo o per l’altro, si sono opposti a Renzi da ben prima del referendum costituzionale e che in questo hanno individuato l’occasione di uno scacco matto.

In seno allo schieramento del Sì troviamo-oltre al governo- Verdini, Alfano, Casini e Lupi; anche in questo caso il risultato è un calderone ideologico di dubbia coesione, non fosse che per la scelta di sostenere il governo Renzi in un disegno politico che sembrerebbe voler partorire un nuovo centro, in tutto simile alla DC della prima repubblica.

La riforma, stilata in modo grossolano, figlia di troppi compromessi è stata viziata, dalla sua gestazione alla sua bocciatura, da un clima politico tossico figlio di meschinità, desiderio di vendetta e dalla hybris di un uomo che aveva pensato di potersi caricare sulle spalle tutto il peso di questa riforma.

Se questa riforma non ha superato il giudizio degli elettori è perché chi ha voluto promuoverla si è ostinato a non voler separare i quesiti referendari impedendo al cittadino di esprimere una risposta con cognizione di causa e costringendolo a votare seguendo criteri effimeri come il timore di votare un incomprensibile garbuglio che avrebbe portato ad un peggioramento della situazione o quello di dare adito a partiti antisistemici e populistici come Lega Nord e Movimento Cinque  Stelle.

Chiunque dica di aver espresso un voto consapevole, mente.

Quest’impossibilità di votare scientemente  è il capo d’accusa più grave alla classe politica italiana, che, ancora una volta, si è rivelata incapace di riformare con criterio ed irrispettosa del diritto dei cittadini di sapere cosa votano.

Alla luce delle dimissioni di Renzi, lo sviluppo più probabile è che Mattarella incarichi un nuovo governo, presieduto forse da Pietro Grasso, forse di nuovo dallo stesso Renzi che avrà il compito di approvare una nuova legge elettorale per la Camera.

In seguito all’approvazione della nuova legge elettorale, che potrebbe richiedere diverso tempo, nonostante le pressioni di Grillo sul suo blog che auspica di “avere la nuova legge elettorale in una settimana“, le camere saranno sciolte e si tornerà alle elezioni.

Le intenzioni di Renzi non sono chiare, ma  nell’intervista di gennaio 2016, a Tito Caro dichiarava:”Premesso che decide il presidente della Repubblica, l’intenzione del governo è arrivare a fine legislatura perché l’idea che si rispettino le scadenze naturali è un principio di buon senso. Sia chiaro – precisa – è tutto legittimo, anche andare a votare domani mattina. E noi non abbiamo paura delle elezioni. Ma per me nel 2017 si fa il congresso del partito. E poi nel 2018 si vota.”  Lo stesso D’Alema, dopo lo spoglio dei voti, ha affermato che “non è responsabile andare alle elezioni subito”.

Quali saranno i prossimi provvedimenti quindi è intellegibile e rimane indecifrabile quando si andrà a votare.

Zelante burocrate zarista, più per dispetto che per convinzione.

Commenta