Odi et amo: il rapporto tra Fidel Castro e gli Stati Uniti

Dittatore, leader carismatico e soldato della rivoluzione cubana: tutto questo è stato Fidel Castro, figura e icona che da sempre divide l’opinione pubblica. I suoi detrattori lo accusano di essere stato un nemico dei diritti umani, i suoi sostenitori invece lo osannano per aver promosso e raggiunto importanti progressi sociali. Il Líder Maximo – questo il suo soprannome affibiatogli dopo il fallito golpe americano alla Baia dei Porci – in effetti ha raggiunto sul piano di sanità e istruzione degli standard molto elevati:

il tasso di istruzione di base a Cuba è tra i più alti nell’America Latina, mentre quello di mortalità infantile è più basso persino degli Stati Uniti.

Le aspettative di vita a Cuba, poi, sono poco più basse di quelle americane secondo le statistiche UNESCO. Tutto questo però a discapito di molte libertà, prima fra tutte quella di espressione (la libertà di stampa a Cuba è al 191esimo posto, lo stesso dell’Iran). L’unico partito ammesso è quello comunista, oltre al fatto che esecuzioni e arresti si verificano ripetutamente con processi arbitrari. Chi a Cuba va contro il regime è bollato come nemico della rivoluzione e, se non viene imprigionato, è costretto ad espatriare per non vedere distrutta la propria vita.

L’importanza della lotta e del sacrificio per ottenere tutta una serie di libertà e i vantaggi che essa comporta sarà sempre al centro del pensiero di Castro, come testimonia la sua scalata verso il potere e le successive politiche imposte all’isola che non hanno di certo contribuito a rendere i cubani più ricchi.

Come in altre dittature, anche la figura di Castro ha alimentato il culto della personalità ma, a differenza di altri, ha sempre tentato di scoraggiare questo fenomeno: a Cuba, infatti, non ci sono vie o piazze intitolate a lui e nemmeno statue. Ha sempre cercato di incoraggiare il ricordo per le vittime della rivoluzione e del compagno che fu Che Guevara, eroe della rivoluzione che ha lasciato Cuba per perseguire l’idea di un’America Latina rivoluzionaria e morto in Bolivia nel 1967.

Questo grande progetto rivoluzionario disegnato da Fidel può essere riassunto nella sua frase: “La storia mi assolverà”, pronunciata all’inizio del processo contro il suo tentato golpe ai danni del regime di Batista. Quasi una promessa che sembra seguirlo durante i suoi anni alla guida di Cuba e che a suo modo giustifica la battaglia contro l’imperialismo americano e il conseguente embargo Usa, seguiti da anni difficili per il suo popolo e dall’appoggio obbligatorio all’Unione Sovietica che contribuirà a un quarto del PIL cubano.

In centomila hanno reso omaggio, dopo la sua morte, alla sua salma a Plaza de la Revolución, il che testimonia la grande influenza che ha esercitato per quasi sei decenni nella vita pubblica e privata delle persone nel bene e nel male, seguiti da molte delegazioni provenienti da tutto il mondo.

Non dall’America, da cui è giunto il gelido messaggio del neoeletto presidente Donald Trump su Twitter: “It’s dead!”.

Il suo passato con l’America certo non può essere dimenticato. In un tempo in cui i rapporti non erano tesi, il Líder Maximo ha infatti studiato in America e, dopo il suo colpo di stato, gli Stati Uniti riconobbero immediatamente il nuovo governo cubano di Castro.

In seguito, però, la nazionalizzazione di importanti aziende petrolifere americane sul suolo cubano ha stroncato i rapporti, situazione culminata con l’embargo americano che ha comportato per la popolazione cubana molti sacrifici. Da un certo lato non si può certo biasimare la sua avversione agli Stati Uniti, la si può comprendere forse dopo essere stati vittima di ben 638  attentati americani falliti, da cui l’emittente inglese Channel 4 ha tratto un documentario intitolato 638 ways to kill Castro.

Non si può però rimanere impassibili di fronte a un personaggio che per la sua personalità e il suo carisma ha sempre esercitato una forte attrazione sulla gente, coi suoi lunghi e stimolanti discorsi sulla lotta e la libertà e il caratteristico abbigliamento militare tenuto in ogni occasione, quasi un riecheggio della rivoluzione di Ottobre e di quel pensiero di Lenin sul “rivoluzionario di professione”. Un uomo che sarà sempre oggetto di dibattito e per cui sarà sempre difficile, se non impossibile, fornire una semplificazione del suo pensiero e delle sue azioni ma che rimarrà tra i grandi della storia.

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