Standing Rock, la comunità Sioux che ha vinto (almeno per ora) contro i giganti americani del petrolio

La protesta contro la costruzione dell’oleodotto “Dakota Access Pipeline” in North Dakota, cominciata durante la primavera di quest’anno, potrebbe concludersi con una vittoria per la Tribù Sioux. Nonostante l’ordine di sgombero dall’area di Standing Rock del governatore repubblicano di questo Stato, Jack Dalrymple, i nativi possono tirare un sospiro di sollievo grazie al divieto del 5 dicembre della “Army Corps of Engineers” di costruire parte dell’oleodotto sotto le acque del Missouri River.

La protesta prese vita con l’allestimento dell’accampamento “Sacred Stone”, al quale si sarebbero aggiunte anche le tribù dei Lakota e dei Crow, da sempre nemica dei Sioux. Ad oggi, sono ancora molti nativi americani manifestanti ad opporsi al “Dakota Access Pipeline”, i quali sono sostenuti da organizzazioni come “Greenpeace”, attivisti, ambientalisti e recentemente anche veterani. Conosciuto anche come “Bakken Oil Pipeline”, l’oleodotto sotterraneo è già quasi stato interamente costruito e si pensa che riesca a trasportare circa 470 mila barili di petrolio al giorno dal North Dakota all’Illinois, attraversando South Dakota e Iowa.

Il progetto, proposta dalla “Energy Transfer Crude Oil”, costerebbe circa 3,8 miliardi di dollari, 300 mila dei quali sembrano essere stati donati dal presidente neo-eletto Donald Trump.

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Inoltre, la suddetta compagnia ordinante del controverso oleodotto avrebbe a sua volta donato 100 mila dollari in favore della “Trump Victory Fund” prima delle elezioni. Nonostante ciò, Donald Trump ha dichiarato venerdì 2 dicembre che il suo sostegno al Dakota Pipeline “non ha niente a che fare con i suoi interessi personali, ma piuttosto con il promuovere politiche che beneficino tutti gli americani”.

Secondo la “Energy Transfer Crude Oil”, l’oledotto – oltre a significare meno dipendenza per gli Stati Uniti dai paesi instabili per l’importo del petrolio e la creazione dagli 8 ai 12 mila posti di lavoro – è il mezzo meno costoso, più sicuro ed ecologicamente sostenibile a disposizione per trasportare petrolio da una zona all’altra.

Di tutt’altra opinione è di certo la Tribù Sioux di nativi americani che vivono da sempre nella zona di Standing Rock.

Essi infatti denunciano il fatto che non solo il progetto distruggerebbe – e ad oggi sta distruggendo, dato che il progetto è completo all’85% – i loro luoghi storici e religiosi, ma anche che attaccherebbe il loro benessere economico. Ancor più spinosa era la questione della creazione di un passaggio per l’oleodotto sotto il Missouri River, il quale rappresenta la principale riserva d’acqua per la tribù Sioux. Se la “Army Corps”-  secondo alcuni sotto la spinta del presidente uscente Obama – non ne avesse negato il permesso per la costruzione, le scorte d’acqua della tribù avrebbero corso il rischio di essere compromesse ed inquinate. Ora la “Energy Transfer” dovrà trovare un percorso alternativo, ma non sono esclusi ricorsi legali da parte della compagnia, o addirittura delle strizzate d’occhio da parte di Trump.

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Nella foto lo slogan “mni wiconi”, che in lingua lakota significa “l’acqua è vita”

Quello che non le è mancato, in tutto quanto, è stata la violenza. A partire dal mese di ottobre, infatti, sono stati molte le accuse riportati da parte dei manifestanti, i quali dichiarano di essere stati marchiati sul braccio, rinchiusi in furgoni affollatti, maltrattati ed incluso arrestati.

 

Barbara Venneri
Non chiamatemi Vènneri.

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