Cinesofia: intervista a Mario Blaconà

San Fedele Cinema, auditorium che si trova in via Ulrico Hoepli, propone per il mese di febbraio un percorso di tre film “per riflettere su un tema che ha attraversato la storia dell’Occidente, il tema dell’ Esodo“. I film  che verranno trasmessi sono Mad Max: Fury Road di George Miller, il 7 febbraio,  The Grapes of Wrath  di John Ford, il 14 febbraio,  Heaven’s Gate di Michel Cimino, il 28  febbraio. Affrontando i temi della migrazione e della convivenza il ciclo si pone l’obiettivo di stimolare una riflessione:”quale integrazione è oggi possibile in Occidente?”.

L’abbonamento per i tre spettacoli costa 15 euro a prezzo intero, mentre per gli studenti universitari il prezzo è di nove euro per i tre film.

Per farci spiegare meglio i temi e gli obiettivi della rassegna abbiamo intervistato Mario Blaconà, giovane collaboratore di San Fedele Cinema.

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Mario Blaconà, collaboratore di San Fedele Cinema

 

Cos’è e quando nasce l’auditorium San Fedele?

L’auditorium San Fedele, attivo da moltissimi anni, è uno dei cineforum più antichi d’Italia, il San Fedele Uno è attivo dagli anni ’50 e il San Fedele Due dagli anni ’60. Soprattutto è un spazio di dialogo, spesso abbiamo occasione di avere ospiti registi che vengono a raccontare i loro film, sull’arte in generale come riflesso della società.

Parlaci della rassegna Cinesofia. Si tratta della prima edizione, giusto?

Non è la prima edizione, ma non penso si possa parlare in termini di edizioni, non è una cosa programmatica. Vedremo come va e se andrà bene, come speriamo, ripeteremo questa rassegna anche nei prossimi anni. Il progetto, come dice il nome, unisce il cinema alla filosofia. L’unione tra queste due discipline è stata spesso usata da tantissimi filosofi a tantissimi registi, penso a Foucault, Deleuze- per la filosofia- e a tanti registi della Nouvelle Vague come Jean-Luc Godard. Si tratta di un connubio fondamentale per poter parlare di attualità e per evitare di rinchiudere l’arte in una torre d’avorio.

16237665_10212555419629354_752067850_nUn fotogramma di Heaven’s Gate di Michael Cimino

La rassegna si chiama Cinesofia, ma nel documento di presentazione viene posto l’accento sull’attualità del tema. Non è un approccio più politico che filosofico?

Qui bisognerebbe cercare di distinguere la politica dalla filosofia. La politica è quasi un ramo della filosofia. Quando al liceo ti fanno studiare filosofia, la politica viene insegnata insieme ad essa come approccio alla polis. Il tema dell’esodo è il tema dell’altro da sé e quindi un tema assolutamente filosofico. Quindi la filosofia, come il cinema, non porta solo a costruzioni astratte, ma anche, come diceva Platone ad interpretare il concreto.

“Il mito fondante dell’esodo”, affermate nella presentazione della rassegna, “è la terra promessa”. Cos’è una terra promessa oggi?

La terra promessa, in realtà, per chiunque lasci casa propria, rimarrà sempre casa propria.

Non pensiamo che le persone che vengono qui, come le persone che da qui vanno via, siano spinti da repulsione verso la loro terra e amore verso una terra che non conoscono. Per quanto si possa essere multiculturali, come è giustissimo che si sia, naturalmente un esodo è un atto di estremo sacrificio. Si cerca di riflettere anche su questa ambivalenza: abbandonare casa propria per andare in un altro posto che ci permetta, anche solo di sopravvivere.

La migrazione che, per come viene comunemente intesa, vede noi come coloro che accolgono- o subiscono, dipende dalle prospettive-l’arrivo dei migranti. Soprattutto in riferimento a Heaven’s Gate (uno dei film della rassegna N.d.R.) come possono convivere migranti ed autoctoni?

Bisogna considerare che Heaven’s Gate è un film, del 1980 ma ambientato nel 1890, che parla della distruzione del sogno americano. Il sogno americano, che di fatto non si è mai concretizzato, era di una società libera, multietnica e multirazziale; invece l’America è un’oligarchia dove fino a quarant’anni fa c’era ancora la segregazione razziale quindi, il contrasto che nominavi tu, tra autoctoni e migranti, sottolinea il fallimento di una prospettiva. Questo ovviamente non vuol dire che non si debba tentare di raggiungere una determinata prospettiva. Come diceva Gilles Deleuze, «le rivoluzioni non hanno mai avuto successo, non sono mai andate a fine». Questo non vuol dire che non bisogna fare le rivoluzioni.

Cosa pensi invece del fenomeno migratorio di laureati e laureandi, noto col termine giornalistico di fuga di cervelli?

Questo è un tema assolutamente collegato a quello che abbiamo detto prima. Anche nelle chiacchiere di tutti i giorni, quando si parla per luoghi comuni la risposta è “eh sì ma noi migriamo”. In realtà se si smettesse di affrontare l’argomento nascondendosi dietro a barriere culturali si capirebbe che la migrazione è un fenomeno assolutamente naturale, iniziata con l’uomo. Chiaramente è tutta una questione di rimandi, la migrazione è alla fine qualcosa di fondamentalmente positivo e serve ad abbattere i confini. Quindi sebbene oggi le migrazioni siano gestite malissimo, se fossero trattate in modo più equo riuscirebbero a cambiare la società in meglio. E il cinema racconta anche questo.

16215862_10212555286426024_911738702_nLa sala dell’auditorium San Fedele

Nella presentazione dell’evento si fa riferimento a interventi di professori di filosofia, come Guido Boffi e Paolo Spinicci. Pensando anche alla celebre frase “no, il dibattito no!” in Ecce Bombo di Nanni Moretti, non sarebbe più giusto lasciare alla sola pellicola il compito di suscitare riflessioni? Il dibattito non finisce sempre in toni cattedratici o in affermazioni qualunquiste e annoiate?

Questo dipende dal tipo di dibattito. Negli anni ’70 il dibattito al cineforum era qualcosa di diverso, era un dibattito vivo, dove spesso si finiva anche per litigare. Un tempo il dibattito era una cosa importantissima ed era veramente parte di un possibile cambiamento, in meglio, della società. Questo fatto però può destabilizzare la conservazione di un potere, non è per forza un processo conscio, ovvero abbattere la pratica del dibattito perché è pericoloso per il potere. Il potere dell’uomo si perpetua spesso per meccanismi inconsci. Quello che è successo è che con la restaurazione pazzesca avvenuta negli anni ’80 si è delegittimata la figura dell’intellettuale e l’intellettuale si è ritirato, e in quegli anni ha preso ancora più piede l’idea che…

No, il dibattito no!

… che l’intellettuale sia un rompicoglioni.

Esatto! Dello snob. E l’intellettuale si è ritirato nella torre di avorio di cui parlavamo prima e adesso lo si vede come una figura ostile, come qualcuno da prendere in giro. Non come qualcuno che fa un lavoro. Pasolini e Calvino facevano un lavoro, decodificare il reale è un lavoro. Andavano tra la gente. Adesso questa cosa succede molto meno di prima e bisogna capire di chi è la colpa, se dell’intellettuale o del popolo. Forse non è di nessuno dei due ma…

…lo scopo di un cineforum oggi, deve essere quello di riportare il dibattito e l’intellettuale tra le persone.

Noi del San Fedele puntiamo a fare questo, sperando di riuscirci. Gli intellettuali che abbiamo invitato sono persone molto alla mano che non hanno paura del confronto e penso aiuteranno a stimolare il dibattito.

 

Per informazioni
Auditorium San Fedele via Hoepli 3/b, 20121 Milano
Segreteria.ccsf@sanfedele.net

lun-ven 10 / 12.30 e 14 / 18 – tel.0286352231
Abbonamenti 3 spettacoli € 15 – 3 spettacoli studenti € 9

Nicolò Tabarelli on twitter
Nicolò Tabarelli
Zelante burocrate zarista, più per dispetto che per convinzione.

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