L’aborto con Trump non avrà vita facile

Accadeva oggi: 28 gennaio 1935 l’Islanda diventa la prima nazione a legalizzare l’aborto.

A distanza di 82 anni, il neoeletto presidente statunitense Donald Trump, fra i suoi primi ordini esecutivi, lunedí scorso ha introdotto un bando ai finanziamenti del governo federale per quelle organizzazioni non governative internazionali che sostengono l’interruzione di gravidanza.

Trump è sempre stato molto contraddittorio sull’argomento: in un’intervista del 1999 si era dimostrato favorevole, anche se in seguito aveva dichiarato di aver cambiato posizione (a tal proposito è interessante questo articolo del The Washington Post).

Quel che è chiaro però è che si tratta di una mossa ben studiata che permetterà al nuovo presidente di aumentare il suo consenso nella fetta più radicale ed antiabortista delle fila dei Repubblicani, i cosiddetti “pro-life”.

Non è la prima volta che questo bando, la “Global Gag Rule” o “Mexico City Abortion Rule” compare sulla scena americana, già firmato da precedenti amministrazioni repubblicane (da ultimo George W. Bush nel 2001) viene poi puntualmente revocato dalle successive democratiche, come fece anche Obama nel 2009.

Questa volta però, vuoi per la Women’s March ed i recenti sommovimenti in Polonia sul tema, vuoi perché ogni mossa di questo presidente controverso crea trambusto e scalpore, vuoi perché siamo nel 2017 e certi diritti – forse con troppa leggerezza – sembrano ormai dati per consolidati, fatto sta che l’atto è finito sotto i riflettori scatenando un’onta di indignazione internazionale.

Le reazioni sono state immediate. Scatenatissima la capogruppo dei Democratici alla Camera Nancy Pelosi, che attacca Trump dicendo di lui che

“fa tornare gli Stati Uniti in quell’epoca vergognosa che disonorava il valore americano della libertà di parola ed infliggeva sofferenze di cui non sappiamo nulla a milioni di donne in tutto il mondo”.

È stato poi notato che la foto “storica”, che immortala la firma del decreto, include solo uomini intorno al presidente. Un dettaglio che sicuramente non è passato inosservato alle donne “pro-choice” più accanite, le quali si chiedono dove siano le donne che, paradossalmente, non sono state per nulla coinvolte nell’approvazione di un atto che condiziona prima di tutto la loro vita.

Anche dall’Europa si sono alzate voci contrarie, prima fra tutti l’Olanda, che ha risposto annunciando il lancio di un fondo internazionale per l’aborto ed il controllo delle nascite che possa essere finanziato da governi, organizzazioni sociali ed aziende.

Il ministro olandese per la Cooperazione allo sviluppo, Lilliane Ploumen, ha dichiarato che nei prossimi giorni raccoglierà consensi anche nel resto d’Europa e in America Latina e ha aggiunto che la decisione di Trump rischia di minare i recenti progressi in questo campo dal punto di vista della salute delle donne.

Infatti, l’organizzazione Marie Stopes International da lei citata stima che questo provvedimento, nei prossimi 4 anni di mandato, potrebbe portare fino a 2,1 milioni di aborti a rischio con la conseguente morte di 21.700 madri.

“Proibire l’aborto non porta a un minor numero di aborti, ma a più pratiche irresponsabili in luoghi segreti e ad una maggiore mortalità materna”  ha commentato la Ploumen.

Del resto, una questione del genere non può che riportarci alla mente il tragico dato di 22 milioni che, secondo la World Health Organisation, sarebbero le donne che ancora oggi praticano aborti rischiosi, la maggior parte delle quali lo fa in paesi considerati “sviluppati”.

82 anni oggi e ancora tanta strada da fare per l’aborto legalizzato.

 

Gaia Lamperti
Studentessa di lettere moderne. Ho il vizio di comprare voli low-cost quando mi annoio. Sono per il buon rock, i locali chiassosi, i pomeriggi al mare, le menti fresche e gli animi caldi.

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