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Il populismo e la politica tridimensionale

Da diversi anni è diventato uso comune dire che destra e sinistra non esistono più; che liberismo e socialismo non hanno più senso di essere in lotta e che il comunismo sia sul viale del tramonto, cosa che i più recenti risultati elettorali paiono confermare.

Ma quanta demagogia e quanto di vero c’è in questa affermazione? E di cosa sta vivendo realmente lo scontro politico odierno?
Ad oggi in tutta Europa esistono ancora numerose forze politiche importanti che si rifanno direttamente alle idee più estreme della destra o della sinistra: dai movimenti nazionalisti e sovranisti – come l’attuale Lega Nord, Ukip e Front National – ai partiti di chiara ispirazione socialista, se non addirittura comunista, quali Podemos e Syriza. Tuttavia essi vengono percepiti in modo diverso dalla popolazione: non sono più caratterizzati da una spiccata ideologia, ma dalla protesta, dall’anima sociale e anti-establishment.
Questa loro anima sociale e social – data la loro spiccata attenzione per il web – mira a offrire proposte semplici a domande complesse che svolgono la funzione di ancora di salvataggio per coloro che non hanno più voglia di fidarsi della “vecchia politica”, le cui soluzioni vengono spesso viste come “conservatrici” o “deboli”.
Questa forza anti-sistema è tuttavia sempre esistita, ma finché i partiti sono stati forti non è riuscita a emanciparsi da essi. Oggi data la crisi della democrazia rappresentativa, reclama il suo spazio nello scenario politico, prendendo forma nel cosiddetto “populismo”.

L’essersi innalzato a vero e proprio “ideale politico”, con tanto di diverse connotazioni, porta il populismo ad avere una sua dimensione, esattamente come fanno “Socialismo/Liberismo” e “Autoritarismo/Liberalismo”  nel classico quadrato del Political Compass (nella foto sotto). È così che il quadrato si trasforma in cubo: difatti nella terza dimensione è necessario specificare quanto il soggetto in questione sia “populista”, inteso come vicino all’idea di democrazia diretta, o “istituzionale”, inteso come vicino alla “classica” idea di democrazia di rappresentanza.

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Questo elemento porta ad unire partiti che teoricamente dovrebbero avere visioni opposte. Se si immagina di guardare frontalmente un cubo trasparente con una piccola sfera al suo interno, sarà possibile vedere solo due delle dimensioni dello stesso: si saprà se questo pallino si trova a destra o sinistra o se si trova in alto o in basso, ma sarà impossibile determinare se questo si trovi più o meno in profondità.

Se l’asse cercato da un elettore populista è quello della vicinanza alla democrazia diretta, diventa impossibile distinguere l’ubicazione di un partito fra destra o sinistra, ma sarà visibile solo quanto questo sia “vicino alla gente” e quanto sia più o meno autoritario.

A quel punto, immaginando un elettore per cui quest’ultimo ha poco valore, ecco che partiti come Lega Nord e Fratelli d’Italia riescono ad ottenere simpatie fra le fazioni più estreme della sinistra più anti-sistemica.

Ed è qui che nasce il successo elettorale di forze come il Movimento 5 Stelle, che non solo si schiera in maniera quasi assolutistica verso l’asse della democrazia diretta, ma riesce con camaleontica capacità a spalmarsi su tutto l’asse, risultando pressoché onnipresente per chi guardi il suddetto cubo da una sola facciata. L’atteggiamento bipolare con la quale affronta la politica dietro l’Egida impenetrabile della “vox populi”, lo rende incollocabile fra gli altri due assi: chi lo disprezza da destra lo giudica spesso come un partito di estrema sinistra, chi lo disprezza da sinistra si spinge ad accomunarlo al fascismo.
Questa terza dimensione della politica va accettata per quello che è. Le forze politiche che oggi, non senza un briciolo di arroganza e ipocrisia, vengono talvolta considerate come l’origine del male, sono in realtà più antiche del sistema partitico stesso. Hanno vissuto sugli idealismi, sul fanatismo, sulla comoda illusione che il compromesso sia una cosa malvagia e sulla naturale attrazione delle persone per chiunque voglia far saltare il tavolo. Se si guarda alla storia non con nostalgia ma con occhio critico, sarà facile accettare che questo “populismo” è sempre stato parte della politica, italiana e non. Parafrasando una meravigliosa frase di Giorgio Gaber,«Non temo il populismo in sé. Temo il populismo in me.»

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