John Rabe, il nazista che salvò duecentomila vite

La Seconda guerra mondiale è il periodo storico a cui è stata data più copertura in termini culturali: sono state narrate moltissime storie in tutto il mondo che sono state trasposte in fumetti, film, poesie, racconti, videogiochi e spettacoli teatrali.

Nonostante ciò, la maggior parte di noi ricorda solamente pochi episodi clamorosi, come l’invasione della Polonia da parte della Germania e dell’Unione Sovietica nel 1939, la vittoria dei tedeschi in Francia del 1940, l’attacco a Pearl Harbor nel 1941, l’occupazione degli alleati della Sicilia nel 1943, il D-Day del 1944 e lo sgancio delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

A parte questi episodi salienti, parte dell’opinione pubblica conosce superficialmente, e spesso in modo fazioso, la storia della Seconda guerra mondiale.

Una delle storie poco raccontate è quella di John Rabe che, seppur si sia svolta nel 1937, è stata parte di preludio molto importante della Seconda guerra mondiale: il conflitto noto come “la Seconda guerra sino-giapponese”.

John Rabe nacque nel 1882 ad Amburgo. Una volta completati gli studi, si trasferì inizialmente in Africa, dove lavorò dal 1903 al 1906, per poi partire, nel 1908, per la Cina, paese in cui stette per trent’anni.

Nel 1910 divenne un impiegato dell’ufficio di Pechino della Siemens of China & Co. In poco tempo, Rabe fece avanzare la sua carriera  fino a divenire direttore degli uffici Siemens in Cina e nel 1931 venne trasferito a Nanchino, allora capitale dell’impero cinese. Nello stesso momento, diventò anche un convinto sostenitore del partito Nazionalsocialista, tanto da essere nominato capo-rappresentante del partito nazista nella città di Nanchino.

Il 7 Luglio 1937, a causa di un incidente avvenuto sul ponte Marco Polo, le truppe cinesi si scontrarono con dei soldati giapponesi. Fu un casus belli perfetto per l’impero giapponese. Iniziò la Seconda guerra sino-giapponese.

A Nanchino la numerosa comunità di stranieri, che con l’approssimarsi della guerra cominciarono a fuggire in massa dalla Cina, era numerosa. Rabe decise di rimanere per motivi legati al suo lavoro, ma mandò la sua famiglia in Germania per far sì che rimanessero incolumi. Quando i giapponesi arrivarono nella città cinese, si scatenò uno degli episodi più brutali della storia dell’umanità: un massacro atroce, chiamato anche “Lo stupro di Nanchino”, commesso, in prevalenza, sulla popolazione civile cinese.

Si stima che le donne stuprate – di un’età compresa fra gli otto e i sessant’anni – siano state 80.000. Le vittime totali raggiunsero le 300.000 unità in sole tre settimane. I cadaveri erano così numerosi da affollare le strade.

Gli atti perpetrati dai giapponesi raggiunsero livelli di sadismo inauditi: famoso è l’episodio che fu riportato con orgoglio su due giornali giapponesi, il Tokyo Nichi Nichi Shinbun  e l’Osaka Mainichi Shinbun,  riguardante due sottotenenti – Toshiaki Mukai e Takeshi Noda – che iniziarono una gara in cui il vincitore sarebbe stato chi avrebbe ucciso per primo cento cinesi all’arma bianca.

I due raggiunsero, rispettivamente, 106 e 105 vittime. Mukai, a quanto pare, riportò dei danni all’arma perché, a detta dello stesso soldato, “[…] Avevo tagliato in due un cinese”.

Molte vittime erano state colpite da fucilate alla schiena mentre cercavano di scappare. Chi veniva catturato spesso diventava succube dei soldati, che praticavano sevizie mortali, picchiavano a morte i prigionieri, li facevano sbranare dai cani, li usavano come pupazzi d’addestramento per collaudare le baionette in dotazione all’esercito, li seppellivano vivi o li bruciavano ancora coscienti.

In questo teatro degli orrori e della follia, John Rabe non retrocesse.

Nelle prime pagine del suo diario scrisse “[…] Qui siamo di fronte ad una questione morale e come rispettabile imprenditore di Amburgo io non posso metterla da parte. Potrei fuggire in queste circostanze? Non penso proprio. Chiunque sia stato in un rifugio antiaereo durante un bombardamento e abbia stretto le mani tremanti di un bambino cinese può capire quello che sento”.

L’imprenditore tedesco discusse con altri membri occidentali di una zona di sicurezza, una “Safety zone“, di cui venne nominato capo: essendo un nazionalsocialista, avrebbe avuto rapporti più agevolati con l’esercito giapponese, con cui era alleato il Terzo Reich.

Gli sforzi di Rabe cominciarono già il 25 Novembre del 1937, prima che i giapponesi prendessero controllo totale della capitale cinese e compissero i famigerati massacri. Rabe scrisse una lettera ad Adolf Hitler per creare e garantire l’integrità delle zone neutrali da parte delle alte autorità giapponesi. Di fronte alla “Safety zone” si addensarono ben 200.000 cinesi, che supplicarono di entrare per esser tutelati.

Rabe diede l’ordine che si aprissero i cancelli e che fossero accolte tutte le persone, cercando però di farle tacere per evitare che gli aerei da bombardamento giapponesi li potessero selezionare come nuovo obbiettivo. Per far sì che gli aerei evitassero di colpirli, li coprì con una bandiera nazista.

I tentativi di istituire una zona protetta all’interno della mura della città di Nanchino si rivelarono utili anche se non del tutto efficaci, non per una mancanza di organizzazione, ma per un’assenza di autorità su alcuni soldati giapponesi che entravano nella zona protetta per “prendere delle donne”. Il comitato per lo spazio di sicurezza chiese agli ufficiali nipponici di mettere la polizia militare a guardia della zona, ma l’ordine non venne eseguito.

Rabe fu poi richiamato in patria e seguì le direttive impartitegli, da fedele seguace del nazismo. Una volta tornato in Germania, nel 1938, cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca su ciò che accadeva in Cina, ma venne arrestato dalla Gestapo con l’accusa di “diffondere realtà scomode al popolo tedesco”. Rimase in prigione per tutta la durata della guerra, prima in carceri tedesche, per poi passare, con l’approssimarsi della fine Seconda guerra mondiale, a quelle russe e, infine, inglesi. Venne processato in un tribunale americano, ma rilasciato perché “non si riscontravano crimini da lui commessi”.

Per una strana fedeltà al regime nazista, Rabe non raccontò nulla della sua impresa a Nanchino. Cadde in miseria poiché l’unica fonte di finanziamento proveniva da una piccola pensione fornita dai cinesi di Chang Kai Shek, in ricordo dell’impresa messa in atto nel ’37, che venne interrotta con l’arrivo al potere dei cinesi comunisti di Mao Zedong, i quali ritennero Rabe un personaggio scomodo esattamente come venne giudicato dalla Gestapo.

Morì povero, malato e dimenticato nel 1950. La sua storia, riscoperta grazie a sua nipote che, controllando i documenti lasciati dal nonno, trovò casualmente il suo diario riguardo lo stupro di Nanchino, è raccontata nel film del 2009 John Rabe, diretto dal regista tedesco Florian Gallenberger.

 

Giorgio Longhi
Vignettista maledetto. Soffre di una sindrome che lo porta a leggere solo saggi... Perciò perdonatelo se non ha mai letto Tolstoj, però sicuramente potrà parlarvi della prostituzione durante l'epoca degli antichi greci.

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