La Prudenza cambia e si trasforma: intervista a Remo Bodei

Il 18 febbraio 2017 si è svolta al Teatro Grande di Brescia l’ultima delle “Lezioni di Filosofia”, un ciclo di conferenze curato dagli Editori Laterza in collaborazione con il Teatro di Brescia. Si tratta di una dei tanti progetti promossi dal Teatro e dalla Città di Brescia a favore dei giovani e degli studenti, che si inserisce nell’iniziativa Il Teatro Grande per Scuole e Università.

Per l’occasione, quattro grandi voci del panorama filosofico italiano, accompagnati da contenuti multimediali e dall’attrice Elena Vanni, hanno guidato il pubblico nell’analisi delle quattro virtù cardinali attraverso un percorso di conoscenza, intriso di Storia, Arte, Letteratura e Filosofia, tra passato e presente.

Il 28 gennaio ha aperto il ciclo Salvatore Veca, attualmente professore ordinario di Filosofia Politica presso l’Istituto universitario di Studi Superiori di Pavia, con una riflessione sulla Giustizia. Ha poi proseguito il 4 febbraio Giulio Giorello, professore di Filosofia della Scienza presso l’Università degli Studi di Milano, con una Lezione sulla Temperanza. L’11 febbraio è stato il turno di Michela Marzano, docente all’Università di Parigi V: Renè Descartes, la quale ha guidato il pubblico attraverso la Fortezza. E, infine, il 18 febbraio ha chiuso il ciclo con un discorso sulla Prudenza il filosofo Remo Bodei, attualmente professore presso la UCLA di Los Angeles. Alla conclusione dell’incontro, abbiamo avuto la preziosa occasione di scambiare poche parole con quest’ultimo.

La Prudenza muore nel momento in cui si dà un’autorità (la Chiesa, il sovrano, il dittatore…) che impone una scelta acritica. Nella contemporaneità manca questa autorità, eppure manca anche la prudenza. Perché?

La prudenza cambia e si trasforma in cautela non solo quando c’è l’autorità. Si trasforma in cautela quando i tempi e le abitudini sono così veloci che non riescono a sedimentarsi, e quindi si perde l’orientamento, non si sa più dove si va. Come dicevo prima, si innesta una specie di ‘morale provvisoria’ permanente perché la tradizione muore e non viene sostituita. Certamente quando ci sono le autorità ecclesiastiche o politiche che impongono determinati comportamenti e, soprattutto, determinate idee espresse pubblicamente, allora la prudenza deperisce. Il problema è che oggi c’è la libertà ma la prudenza può mancare perché tramonta quello che Hannah Arendt chiamava “capacità di giudizio”, che soprattutto deperisce nei grandi totalitarismi del secolo scorso, che impongono una verità di Stato per cui i cittadini devono agire e pensare in un certo modo. Goebbels, che era ministro della propaganda di Hitler, diceva: “agisci in modo che, se il Führer ti vedesse, sarebbe d’accordo”.

Quindi può, secondo lei, avere successo, oggi, l’uomo prudente?

Dovrebbe…

Ma può? 

Certamente ci sono politici che sono prudenti, nel senso di saggi. Che poi, prudenza e saggezza sono la stessa cosa in greco: è sempre φρόνησις. Il problema è che in mancanza di risorse, sia economiche che politiche, è difficile essere prudenti, ad esempio raccontare la verità, distinguere il bene dal male… Uno fa un sacco di promesse che sa che non può mantenere. Quindi più la situazione è difficile, più si cerca di tener su i cittadini facendo queste promesse o inventando narrazioni per mantenere la gente contenta. Però sarebbe opportuno fare come fece Churchill all’inizio della Guerra Mondiale, che promise lacrime e sangue senza fare tante storie. Ad un certo punto anche i cittadini devono sapere, soprattutto in questo periodo, che le cose sono difficili ed è inutile abbellirle e che il modo più efficace per uscirne è dire quali sono le resistenze e quali sono i problemi.

A proposito di tempi duri e contemporaneità: c’è il rischio che il carattere democratico del postmoderno possa sfociare, paradossalmente, in una dittatura della mediocrità, della banalità, del kitsch?

Io non userei il termine “postmoderno”, che ormai non corrisponde del tutto a verità perché sembra che tutte le strutture classiche solide siano diventate “liquide”, alla Bauman. Oggi stiamo riscoprendo la durezza, i limiti e le differenze, ma certamente il pericolo della deriva delle democrazie c’è. Oggi stiamo scoprendo il populismo, che ha tanti significati, alcuni buoni, altri meno buoni, addirittura pessimi… però, grossomodo, è la scollatura tra i rappresentanti e i rappresentati, cioè tra le élite e i cittadini. Ormai i cittadini identificano i dominanti, i governanti, come incompetenti e corrotti, il che in parte è vero. Ma se la prendono con la Politica con l’Antipolitica!

Se non ci fosse Politica in un mese ci sarebbe l’anarchia, si ritornerebbe allo Stato di natura, quindi il problema non è abolire la Politica, ma crearne una buona.

Lo so che è difficile in questi tempi, però non c’è alternativa. Abolire la politica implica ciò che si definisce “distopia”, un’utopia negativa.

E crede che il dominio della virtualità implichi necessariamente la fine di una cultura simbolica?

Io credo che questo sia un rischio. Le comunicazioni virtuali, come succede con Skype, con FaceTime, sono delle grandi conquiste, azzerano le distanze, sottraggono il tempo della domanda e della risposta. Ma certamente, come ha detto Umberto Eco, dal momento che tutti hanno diritto di parola anche gli imbecilli raccontano un sacco di frottole, di non-verità, raccontano un sacco di leggende che non sono più metropolitane, ma globali. Tanto più per questo la prudenza è importante, per poter distinguere tra le cose, per non rischiare, come dice il proverbio toscano, “che ci facciano credere che Cristo sia morto nel sonno”.

Quindi, quanto i social network hanno influenzato le nozioni di tempo e di spazio? Con “spazio” intendendo anche “paesaggio”: lei ha scritto un libro molto bello, Paesaggi sublimi, vorrei che me ne parlasse anche alla luce di quel lavoro.

La percezione del paesaggio dipende molto anche dagli occhi di chi vede. Tre quarti di quello che si vede è dentro di noi. Il paesaggio è sempre un’interpretazione e tutti questi mezzi, tra i quali anche la fotografia non più analogica, per cui ognuno può fare mille foto e cancellare quelle che non vengono bene, addirittura può farle in diversi momenti della giornata e vedere come cambia il paesaggio al mutare del tempo.

E può modificarlo…

 Sì, sì, certamente. Tutto dipende da noi, dall’educazione che abbiamo a certi strumenti.
Il coltello si può usare per sbucciare le patate o per “sbucciare qualcuno” (ride).

Un concetto chiave nel suo pensiero è quello del limite. Il limite è ciò che dà senso alla cosa, ciò che — etimologicamente — la definisce.  L’uomo moderno tende a superare i limiti, propri e non. E’ una tendenza che simboleggia la sua nobiltà o la sua superbia?

 Dipende da quali limiti. C’è stata un’interpretazione un po’ altisonante della modernità, come superamento dei limiti del Medioevo, del mondo greco, in cui il limite è una cosa importante e, al contrario, superare i limiti è hybris, è tracotanza, è superbia. Ci sono dei limiti buoni e dei limiti non buoni. Sono buoni, per esempio quelli della scienza, della ricerca medica o della tecnologia. Non è buono, invece, decidere di superare un limite ammazzando una persona per strada.

La pigrizia tipica dell’uomo contemporaneo dipende, però, anche (e non solo) dal sistema che lo circonda: dalla tecnologia, dal consumo di massa, dall’ossessione per il superfluo. E’ possibile, effettivamente, trovare un compromesso? Che ci sia progresso e che allo stesso tempo l’uomo conservi autonomia?

L’uomo deve conservare i nuovi mezzi, perché è nel suo interesse. Eppure c’è una certa euforia verso i mezzi che permettono di “fare tante cose”. Però non si tratta solo di “fare tante cose”.
A me fanno ridere gli adolescenti che dicono “ho chiesto l’amicizia e ho già cinquecento persone”: tanti amici e nessun amico, perché l’amicizia è selettiva. Bisogna imparare a usare gli strumenti.

Un’ultima domanda, forse un po’ banale. Un mio professore ha recentemente paragonato la filosofia a una partita di Shanghai: ci vuole pazienza. Anche prudenza?

La filosofia è la capacità di distinguere le cose, il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto. Questo è il compito della filosofia, a livello concettuale, naturalmente. Ma sono i concetti che dirigono l’azione. Pazienza e prudenza non sono la stessa cosa, ma vanno bene assieme: evitano di far prendere decisioni affrettate.

Angelica Mettifogo
In bilico tra tutto quello che voglio fare e il tempo che ho per farlo. Intanto studio filosofia.

Commenta