La svolta anti-democratica in Turchia

Matteo Torri

Stretta tra i paesi arabi da un lato e tra quelli europei dall’altro, la Turchia si trova nelle condizioni di poter interpretare il ruolo del mediatore che dialoga con entrambe le parti.

Invece la Turchia vira sempre più verso Oriente lasciandosi alle spalle l’Europa.

È notizia di alcuni giorni fa che il parlamento turco ha approvato l’emendamento che trasformerà il paese in una repubblica presidenziale, riforma molto voluta dall’attuale presidente Erdogan.
Secondo il presidente la Turchia ha bisogna di essere stabilizzata e l’unico modo per farlo è riformare il suo sistema governativo; secondo le minoranze è invece una riforma che garantirà poteri speciali allo stesso Erdogan permettendogli di governare e prendere decisioni per i prossimi 10 anni.
Di fatto consentirà all’esecutivo di sovrastare il potere legislativo e soprattutto quello giudiziario che in Turchia ha sempre avuto un rapporto delicato con il governo.
Su questo emendamento i cittadini turchi saranno chiamati alle urne in primavera tramite referendum popolare; per ora i primi sondaggi sembrano dare in vantaggio coloro che sono contro la riforma, ma è ancora troppo presto per avere un’idea chiara.

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La campagna politica è appena iniziata e troppo spesso ci dimentichiamo di quanto la Turchia sia grande, lunga e vasta; la Turchia non è solo Istanbul, Izmir o Ankara.
E in quei territori lontani migliaia di chilometri dalla costa del mar Egeo, immersi fra deserti, montagne e colline, si radica il cuore dell’elettorato di Erdogan che è ancora disposto a scambiare il proprio voto per un pezzo di pane.
Se dalla nascita della Repubblica nel 1923 per mano di Atatǘrk il paese dell’Asia minore ha negli anni saputo costruire un futuro e un economia sempre più stabile e si è sempre più avvicinato agli standard del mondo occidentale, da quattro anni a questa parte dopo l’elezione a presidente della Repubblica di Erdogan, nel paese è in corso una vera e propria rivoluzione.

Non democratica, ma culturale: al bando il tradizionale spirito laico per lasciar spazio ad una cultura islamico-nazionalista, sempre più legata al fondamentalismo e meno ai diritti umani.

Bye bye Europa quindi perché in un periodo storico così delicato è impensabile poter annettere uno stato sempre meno democratico.
Infatti riguardo al fallito tentativo di colpo di stato avvenuto nel luglio scorso, sono molti ormai concordi nel credere che l’artefice sia stato lo stesso Erdogan o che comunque ne abbia sfruttato a suo piacimento e in modo anti-democratico le conseguenze.
Ritiro dei passaporti per le persone considerate contro lo stato turco, licenziamento per molti professori universitari, giuristi e persone di cultura, opposizioni politiche decimate a causa di arresti ingiustificati e giornali anti-governativi messi all’angolo; sicuramente tutto anomalo per un paese che si dichiara ancora democratico.
Una Turchia dunque che sembra davvero abbandonare quel lato laico e occidentale, rappresentato dalla moderna Istanbul, a favore di un ritorno al fondamentalismo.
Eppure prima o poi anche la Turchia dovrà fare i conti con il suo territorio e con la vastità di gruppi etnici che la compongono poiché risulta troppo marcata la differenza economico, culturale e sociale che c’è fra la costa del mar Egeo e il cuore dell’antica Anatolia.
Troppo diversi i costumi, troppo diversa la mentalità, enorme il divario di alfabetizzazione.
La Turchia è per costituzione uno stato laico senza una religione di stato lasciando dunque libertà di pensiero e coscienza.

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Una manifestante turca, diventata celebre con il soprannome di Riot Grandma
Eppure è uno stato dove non vengono garantiti i diritti umani, dove sono quotidiane le discriminazioni verso donne, omosessuali, minoranze religiose, dove è in atto una vera e propria repressione verso il popolo curdo.
Nel 2013 è lo stesso Erdogan che dichiara che il lavoro della donna dovrebbe consistere solo nella maternità e qualche anno prima (è stato premier dal 2003 al 2014) ha cancellato il divieto per le lavoratrici statali di indossare il velo durante l’attività lavorativa.
Il velo è solo un’avvisaglia del processo di islamizzazione; per Erdogan rifiutare la maternità significa rifiutare l’umanità poiché una donna senza figli ha una vita incompleta e si è dichiarato fortemente contrario all’aborto.
In qualità di presidente potrà proporre la limitazione e la sospensione di diritti civili e libertà fondamentali: un presidenzialismo che sa di autoritarismo o ancor meglio di un nuovo sultanato.
Infatti mancano tutti quei check and balance che per esempio caratterizzano il presidenzialismo statunitense; non sono presenti forme di federalismo e il sistema giuridico avrà un potere fortemente limitato.
Eppure in fondo in fondo si sa; la Turchia ha ancora voglia di Europa spinta soprattutto dalle nuove generazioni sempre più legate al mondo occidentale.
Si può solo che aspettare il risultato del referendum primaverile per sperare ancora in una Turchia democratica e laica.

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