Shakespeare al bar? Solo lungimiranza. Intervista ai Tournée da bar

Provate ad immaginare un allestimento dell’Otello di Shakespeare completamente interpretato da un attore che racconta minuziosamente le azioni, i cambi scena, le entrate dei personaggi e le loro parole accompagnato da un’orchestra di quattro elementi, seguendo un ritmo incalzante e vivace. É successo il 13 febbraio al Teatro Carcano. L’attore a cui ci si riferisce è Davide Lorenzo Palla, ideatore di Tournée da Bar, format che porta in giro, al bar appunto, spettacoli originali e classici. Davide ha cominciato con lo spettacolo Tritacarne Italia Show, dove divertiva il pubblico accompagnato da simpatici burattini, per poi culminare con l’Amleto di Shakespeare, riscritto in modo da poter essere fatto secondo lo stile da lui creato e rodato. Un one man show che si svolge sotto l’occhio esperto del regista Riccardo Mallus, “regista amico” per Davide come scoprirete più avanti. Abbiamo chiacchierato con entrambi davanti ad un bicchiere di vino, per scoprirne di più.

 

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(Davide Lorenzo Palla)

Come nasce questo Otello e più in generale il format di Tournée da Bar?

Davide Lorenzo Palla: Tournée da Bar è nata cinque anni fa. Riccardo è il regista di riferimento dai tempi del mio primo monologo, ha favorito il mio salto come attore, quando mi ha voluto nel suo saggio di diploma alla Paolo Grassi. Al secondo monologo avevo capito che mi piaceva stare da solo sul palco.  L’idea di Otello (a cui sono seguiti anche Romeo e Giulietta e Amleto, ndr.) è nata per la volontà di passare da spettacoli con drammaturgia originale e nati da me (Tritacarne Italia Show, Il mercatino di San Lorenzo, ndr.) ai grandi classici del teatro da rappresentare però all’interno dei bar e circoli che stavano diventando per me un punto di riferimento. Come farlo? Ed eccoci qua. In origine avevo pensato ad un palcoscenico in miniatura completamente illustrato e descritto da me, in termini di cambi di scena e azione. Mio padre era uno scenografo e da bambino i modellini delle scenografie erano per me dei veri e propri giochi. Poter raccontare di una compagnia immaginaria che mette in scena l’Otello evocando tutti i personaggi e le dinamiche del teatro elisabettiano è emozionante. Il 13 febbraio tutto questo si è svolto in un grande teatro come il Carcano, emozione doppia.

Hai un canovaccio o un copione preciso e sai mettere l’improvvisazione dove occorre? E ancora: tutto questo è più facile al bar o a teatro?

DLP: Il canovaccio lo uso in alcuni momenti dello spettacolo ma tendenzialmente i miei spettacoli sono ben rodati. Il trucco è sempre quello, sapere ciò che si deve dire e gestirlo anche nell’imprevisto. Quando nell’Otello prendo un signore dal pubblico per fargli fare l’araldo, gli sto dietro e ovviamente improvviso, ma è tutto abbastanza calcolato per il resto, com’è giusto che sia per ottenere un buon risultato. La scelta del bar come location stupisce? Bisogna ricordarsi che Shakespeare scriveva i propri testi per il Globe Theatre, era certamente più simile ad un bar che non ad un teatro, per come lo conosciamo oggi. All’epoca il pubblico partecipava attivamente, come i clienti di un bar.

Io chiedo a chi si stupisce di questa scelta: “come fai a rappresentare Shakespeare in un teatro silenzioso? Bisogna piuttosto stupirsi di chi lo mette in scena davanti ad una platea di spettatori silenziosi.

Detto ciò ci sono molte differenze. L’allestimento messo in piedi al Carcano non è realizzabile in un bar a partire dalle luci, i tempi, i silenzi. Al bar c’è una grandissima partecipazione, ma sei limitato tecnicamente. Il teatro, le quinte, il palco, il buio, l’atmosfera che si crea in teatro è come una droga. Ci sono nato, lo amo e lo amerò sempre.

Riccardo Mallus: A teatro è più complesso lavorare con la fantasia dello spettatore, perché quest’ultimo ha bisogno di vedere qualcosa. Al bar, complice anche una vicinanza maggiore con il pubblico, se sei è in grado di conquistarsi la sua l’attenzione poi puoi chiedere alla sua fantasia cose incredibili. Davide è un grande affabulatore: racconta, interpreta, e riesce a manipolare la fantasia di chi lo ascolta. A teatro, invece, già il fatto che lo spettatore ti guarda, è lì per questo, pone una difficoltà in più. Qualcosa devi fargli vedere, che si tratti di una scenografia o dell’interazione fra i vari personaggi. Certo, esistono spettacoli meravigliosi di narrazione anche nelle sale teatrali, ma che in teatro ci sia bisogno di “visione” è innegabile. C’è poi un fatto da tenere presente: Shakespeare è molto cinematografico. Prende una scena, ti fa il controcampo, cambia l’ambientazione. Le sue opere sono veri e propri storyboard. Oggi come oggi, a mio avviso, è molto più facile rappresentarlo al bar o al cinema. A teatro devi avere le possibilità produttive, altrimenti non puoi passare dal mare alla montagna, cosa che avviene nella drammaturgia shakespeariana. Pensa a Macbeth, quando dice “si muove un bosco”. Come fai a far muovere un bosco? Devi lasciare spazio all’immaginazione.

DLP: Nella tragedia tante azioni avvenivano fuori scena, lasciar immaginare è un gran stratagemma. Nel teatro elisabettiano probabilmente la farsa era più presente di quello che noi non immaginiamo. Ad esempio come rappresentare l’entrata  in scena di uno spettro? Magari all’epoca vi era un attore truccato in maniera posticcia e coperto di borotalco che doveva portare con sé anche un grande carico di comicità involontaria. Chissà come ridevano dal pubblico e quanti lazzi ne scaturivano. Al tempo la farsa era sempre dietro l’angolo e il teatro, vuoi anche solo perché i personaggi femminili erano interpretati da maschi, era molto più triviale e pecoreccio.

 

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(Riccardo Mallus)

Cosa vuol dire essere regista di uno spettacolo tanto particolare?

RM: In questo caso non si tratta di dirigere, ma di accompagnare. Quando abbiamo iniziato a lavorare sull’Otello, il mio nome compariva in locandina come “primo spettatore”. Credo  molto nell’autorialità del teatro, nel valore dell’autore, e in questo caso è Davide l’attore-autore. Io faccio da specchio a Davide, lui propone e io mi pongo come spettatore competente dicendogli “se fai questa cosa al pubblico restituisci questo, se fai quest’altra, quest’altro”. In un lavoro come questo, così autoriale da parte dell’attore, la regia deve essere un’amica.

DLP: nelle nuove produzioni che stiamo seguendo di Tournée da Bar, il regista ha un ruolo sempre più pregnante, pur rimanendo l’attore libero e sostenuto da una regia che non è in alcun modo sua nemica. Per di più adesso ci confrontiamo con sempre più attori e musicisti, ed il ruolo di Riccardo è quello di fare un vero e proprio coordinamento del comparto artistico.

Tu non sei solo attore, ma ideatore, promotore di Tournée da Bar e lavori giornalmente su tutto quello che ruota intorno a questo progetto, cosa non facile. Sei un imprenditore di te stesso oltre che del format.

DLP: Il punto sta nella la decisione di essere un attore scritturato o un attore – autore di sé stesso. Io non faccio lo scritturato da un po’, ultimamente ho fatto qualcosina, ma il sistema casting, provini eccetera non fa parte da un bel po’ della mia vita. Come molti attori mi capita di fare anche altri lavori inerenti al mondo dello spettacolo: se capita di fare lo speaker o il doppiatore oppure se mi chiamano per un evento aziendale posso decidere se andare o meno, insomma… oltre a fare il manager culturale, nel tempo libero continuo a fare il mio mestiere di attore.

Un’altra decisione importante che ho preso riguarda lo scegliere di non rincorrere più nessuno per cercare di inserirmi in produzioni più o meno grosse, nel tentativo affermarmi in un mercato ed in un sistema teatrale antico e che sta sostanzialmente morendo. Mi spiego: io ho iniziato a lavorare come attore scritturato a 18 anni (adesso ne ha 35, ndr.) e la mia prima produzione l’ho fatta al teatro stabile di Bolzano per la regia di Marco Bernardi. All’epoca c’erano condizioni economiche ora impensabili, persino per una particina come la mia il cachet era buono e la tournée era molto lunga. Adesso quel modello teatrale è sempre più raro, le tournée sono più brevi e le paghe più basse e a parte questo non so nemmeno quanto mi interessi. Il discorso di essere come dici tu “imprenditori di sé stessi”, ne richiama un altro più manageriale che però mi sta regalando gioie inaspettate e mi sta appassionando come mai avrei creduto. Tournée da Bar è al momento una startup culturale che vuole creare un modello di distribuzione innovativo facendosi notare su tutto il territorio nazionale. Al momento io sono project manager e attore, ma magari un domani non sarò nemmeno più io a recitare negli spettacoli, bensì quattro diverse compagnie che gireranno l’italia portando Shakespeare nei bar. Io non sarò in tutti gli spettacoli ma avrò avviato l’attività e sarò un imprenditore culturale. Detto questo, io non smetterò mai di fare l’attore, è una cosa da cui non si esce. C’è chi mi dice che questo mio progetto è folle, io preferisco definirlo lungimirante .

RM: L’espressione imprenditore di se stessi non mi piace molto: poiché è figlio di un sistema malato al quale bisogna far fronte diventando imprenditori di sé stessi.

In termini culturali e professionali uno o è un professionista, che sia autore o attore scritturato, o non lo è.

Poi che come regista io debba rapportarmi al sistema facendomi imprenditore di me stesso è vero, ma è una deviazione, purtroppo. Mentre trovo molto giusta l’ultima affermazione di Davide: essere imprenditori vuol dire anche lavorare e creare le condizioni perché altri possano fare il loro lavoro.

Vedendo l’Otello ho avuto l’impressione che tu ami la cultura del teatro itinerante, lo spirito della compagnia di giro, d’evasione e riflessione insieme, fatto da guitti e comici di spessore. La tua formazione è influenzata da questo pezzo di storia?

DLP: Il carrozzone dove sono tutti felici è un po’ irreale. Io ho avuto la fortuna di lavorare con Paolo Rossi che spesso ci diceva una cosa: una compagnia teatrale è come una famiglia in cui ci si supporta e ci si sopporta. Si tratta però di una famiglia con dei rapporti gerarchici ben precisi e se si vuole che tutto funzioni bene questi ultimi vanno riconosciuti e rispettati. La tradizione del teatro, della tournée, è dentro di me e continua ad esserlo. Se penso che da poco ho concluso una tournée di 60 date in giro per i bar di tutta Italia mi viene da sorridere. Era una cosa che non facevo da tempo e che, come ti ho detto, il sistema teatrale offre sempre più raramente. Girare di sera in sera è faticoso, ma mi piace, ha qualcosa di arcaico. Ogni tanto fantastico di avere in futuro sempre più mezzi e persone per poter girare l’Italia raccontando storie con spettacoli anche dall’impianto classico e capocomicale, ma sempre a modo nostro. L’italia ha grandissima tradizione capocomicale. Penso a Rossi che ha allestito circo con cui portava in giro i grandi classici con il suo teatro di ri-animazione o a Gassman che aveva creato un immenso tendone dove presero vita gli spettacoli del Teatro Popolare Italiano per riportare la cultura al popolo. Prima prima c’erano i mattatori, poi si è passati al teatro di regia ed ora siamo in una fase ibrida che faccio fatica ad analizzare e mettere a fuoco.

RM: Si tratta di due discorsi intrecciati fra loro. Uno è quello artistico; dopo gli anni ottanta è cresciuto molto un determinato tipo di autorialità dell’attore. Il regista non è più il solo autore dello spettacolo, ma l’attore ha la propria visione dello stesso: vedi i Generazione Disagio, Frosini Timpano, RezzaMastrella, solo per fare alcuni esempi attuali, tutti attori che si fanno autori degli spettacoli che interpretano. L’altro riguarda la condizione economica. Per fare uno spettacolo di regia, e quindi di visione, serve il denaro, servono fondi, e non sono facilissimi da reperire. Gli ultimi grandi spettacoli fatti da registi “da stabile” come Latella, Rifici, usano allestimenti ricchi, e non potrebbe essere altrimenti. Ma nel momento in cui tu comprimi le possibilità di allestimento, sia per volontà che per necessità, quello che rimane è l’attore. E se l’attore non ha più un costume ha bisogno di una personalità. Se un attore è particolarmente bravo, riesce a dare a quella personalità una struttura artistica, altrimenti trova altre strade, per esempio di critica sociale. Comunque, in un caso o nell’altro, si assume responsabilità autoriale.

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Susanna Causarano
Osservo ma non sono sempre certa di quello che vedo e tento invano di ammazzare il tempo. Ma quello resta dov'è.

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