Cinque cose che Lenin non avrebbe potuto fare se fosse stato un leader della sinistra italiana

 

Cento anni fa, precisamente nei giorni che vanno dall’ 8 al 12 marzo, in Russia  dal grande sciopero di massa partito dalle acciaierie Putilov di Pietrogrado scaturì quell’evento noto come Rivoluzione di febbraio. Essa portò alla deposizione dello zar Nicola II e alla nascita di un nuovo governo nazionale partorito dalla Duma – il parlamento russo- guidato da Aleksandr Kerenskij. Per l’ala bolscevica del Partito Socialdemocratico Operaio Russo di Lenin fu solo la prima tappa del cammino verso la presa del potere. Quegli otto mesi di transizione furono un periodo cruciale per la storia mondiale, poiché da essi nacque non solo un nuovo stato, ma una nuova dialettica politica. Si può dire infatti che solo con la Rivoluzione russa ebbe effettivamente inizio il XX secolo, che dall’esistenza dell’Unione Sovietica fu condizionato.

Di certo tutto questo non sarebbe mai successo se Lenin fosse stato italiano; o meglio, se fosse stato un leader della sinistra italiana. Perché? Molto semplice. Se ci soffermiamo a riflettere sulla successione cronologica degli eventi, notiamo che essi rispondono a una precisa strategia elaborata dal leader russo, il cui obiettivo era lineare e manifesto: rovesciare il regime e prendere il potere. Un modus operandi che al giorno d’oggi molti politici nostrani – apertamente dichiarati “di sinistra”-  forse non gradirebbero. O meglio ancora, non penserebbero neppure di applicare. Nella fattispecie, ci sono cinque cose che farebbero strabuzzare gli occhi di certi personaggi. Cinque cose che potrebbero persino spingere alcuni di questi  a tacciare di eresia uno dei loro padri politici più illustri. Vediamole una a una.

 

1) Fare annunci populisti

“Pane, pace, libertà”. Questo voleva il popolo, questo promise Lenin. Il programma politico espresso nelle “Tesi di aprile” – testo fondamentale della rivoluzione bolscevica- può essere riassunto con queste tre parole. Lo slogan venne facilmente assimilato e diffuso come un mantra lungo tutti i possibili canali d’informazione. Arrivare alla pancia prima che al cervello, dunque. Nessuna considerazione per gli accordi presi con alleati stranieri e per la diplomazia. Tutto secondario, dinanzi ai desideri del popolo. La libertà poi, poteva essere garantita solo dando maggiore importanza a quei consigli locali sorti autonomamente nelle zone di lavoro: i soviet, per l’appunto. L’avesse fatto di questi tempi, sarebbe stato tacciato di populismo dagli stessi che si considerano in qualche modo eredi della sua visione politica.

 

2) Leggere obiettivamente la realtà

Sia lo zar che Kerenskij non seppero osservare e analizzare correttamente i cambiamenti che stavano avvenendo in Russia. Il primo aveva evitato il peggio nel 1905 solo grazie al supporto dell’esercito, alleato venuto a mancare nel 1917; il secondo non riuscì mai a imporre la propria autorità, né tantomeno a governare in maniera efficiente. Per giunta, entrambi mantennero il paese nel conflitto, fomentando l’odio della popolazione. Proprio la guerra si rivelò l’alleata migliore di Lenin: fu essa a estremizzare i rapporti sociali e a spingere la popolazione russa sull’orlo della crisi, necessaria al cambiamento. Più di chiunque altro, il leader comunista colse la portata storica dell’evento: condannandolo, si pose a fianco delle masse dando una picconata al regime.

 

3) Cercare il consenso

Nell’aprile 1917 i bolscevichi contavano poche migliaia di iscritti. Già solo nel mese di luglio erano diventati 250.000. Come fu possibile tutto ciò? Semplice, Lenin e i suoi sapevano come ottenere il consenso, o per meglio dire sapevano come fare proselitismo. L’unico vero vantaggio che questa banda di disperati aveva nei confronti dell’apparato statale consisteva proprio nell’abilità di riconoscere ciò che il popolo voleva. In aggiunta, Lenin era dotato di un pragmatismo che andava al di là della mera visione dogmatica del marxismo. Ad esempio, sapendo quanto ciò stesse a cuore ai contadini, in cambio del loro appoggio non esitò a promettere la suddivisione della terra in aziende familiari, andando in aperto contrasto con il programma socialista. Insomma, pur di ottenere consenso, si fece promotore di una riforma economica che di sinistra aveva ben poco. Un po’ come il Jobs Act, per intenderci. Per fortuna che tra i bolscevichi non c’era Fassina, altrimenti sai le rogne.

 

4) Fare la rivoluzione

Se sai leggere la realtà e sai come ottenere il consenso, basta solo cogliere il momento propizio per agire e il gioco è fatto. Il costo umano della Rivoluzione di febbraio fu di circa 600 cittadini (feriti e uccisi) e in quella di ottobre la cifra cala leggermente. Numeri tutt’altro che spaventosi, tenuto conto del contesto. Ma se a mancare sono i presupposti sopracitati, tutto resta nel limbo delle idee e delle parole; in quest’ottica è normale considerare una manifestazione ben riuscita come un risultato soddisfacente.

Tutto inizia e finisce nell’arco di una marcia: ci si sfoga un po’ e poi via, ognuno ai propri tetti. La coscienza può finalmente dormire sonni tranquilli.

 

5) Governare

Presupposto del cambiamento è governare. E Lenin lo sapeva. Un programma, per essere realizzato, necessita che il suo promotore guidi l’esecutivo. L’opposizione non deve essere il fine, casomai un’amara consolazione. Qui si consuma definitivamente la frattura fra il leader sovietico e la sinistra italiana: per la seconda, l’opzione governo non solo è inusuale, ma destabilizzante. Troppo impegnata a etichettare chi “è di sinistra” e chi no, dilaniata fra abiure e scissioni, invece di lottare per le proprie idee si è ridotta a perpetuare  una trita e melensa liturgia che va avanti da decenni, soddisfando solamente i drogati di una certa nostalgia.

 

Insomma, se Lenin fosse stato un leader della sinistra italiana probabilmente non avrebbe fatto nulla di tutto ciò. Si sarebbe limitato a far cadere Kerenskij, per poi magari perdere le elezioni nel 1918. Avrebbe discusso di Marx ed Engels in noiose serate da “Grande bellezza” nel suo palazzo con vista sulla Neva, pensando in realtà a quanto fosse bella la sua dacia sul Mar Nero, rimpiangendo di non essere lì in quell’istante.  Si sarebbe arricciato il pizzetto, pensando al giorno in cui sarebbe stato eletto presidente della repubblica. E allora sì che la rivoluzione avrebbe potuto andare a quel paese.

Francesco Albizzati
Penso, scrivo, parlo: spesso ironicamente. Allergico agli -ismi.

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