Le Cinque Giornate di Milano

Il 13 marzo 1848, a Vienna, l’Europa si ritrovò col fiato mozzato. Klemens von Metternich, da trent’anni arbitro della politica estera continentale, aveva rassegnato le sue dimissioni da cancelliere. L’Impero asburgico era sul punto di implodere: in tutte le grandi città scoppiarono moti contro la dinastia degli Asburgo. Praga, Budapest Venezia e persino la stessa Vienna furono travolte da quell’ondata rivoluzionaria iniziata a Parigi nel mese di febbraio e diffusasi a macchia d’olio in tutto il continente. La crisi economica del 1846-47 aveva accelerato quel processo di frantumazione della società già anticipato dalla rivoluzione industriale.

Non era più tempo di restaurazioni.

Milano, territorio austriaco dal 1714, non, nonostante le difficoltà, mancò all’appello. Su una popolazione di circa 200.000 abitanti, infatti, si potevano contare al meglio 300 fucili buoni; per giunta, la presenza sul territorio di una guarnigione di 20.000 soldati austriaci avrebbe dovuto troncare sul nascere qualsiasi velleità rivoluzionaria. Invece, l’uscita di scena di Metternich e la contemporanea insurrezione di Venezia accesero la miccia anche nell’assonnato capoluogo lombardo. A dire la verità qualche segnale di attrito s’era già manifestato nel mese di gennaio, con il famoso “sciopero del tabacco”: i milanesi avevano smesso di fumare i sigari per protestare contro l’aumento dei dazi sul trinciato, che andavano a infarcire l’erario asburgico. Allora la situazione era stata risolta a colpi di cannone dal maresciallo Radetzky, poco incline alla diplomazia.

 

Ma l’uomo, convinto che tre giorni di sangue garantissero trent’anni di pace, dovette presto ricredersi.

Il 18 marzo, una prima manifestazione della cittadinanza si mosse da via Broletto fino a corso Monforte, sede del palazzo del governo austriaco. La richiesta era la sostituzione della milizia civica asburgica con una formata esclusivamente da milanesi. Partecipe dell’iniziativa – seppur controvoglia- era anche il podestà Gabrio Casati, che fino a quel momento aveva tenuto il  profilo basso. Sua intenzione era quella di attendere l’intervento dell’esercito sardo di Carlo Alberto di Savoia, evitando ogni tipo di sommossa popolare. Ma i giochi erano già iniziati. La manifestazione si ingrossava in un crescendo inarrestabile. Caratteristica peculiare dell’evento fu proprio la variegata composizione dei manifestanti: uomini, donne, ragazzini, borghesi e aristocratici. Una volta tanto, non è peccato usare la parola “popolo”. Milano si era sollevata e marciava compatta: Radetzky non poté far altro che dichiarare lo stato d’assedio.

Alla guida della folla vi erano quegli intellettuali i cui nomi sarebbero rimasti legati a quelle strade: Manara, Dandolo, Cernuschi, Terzaghi, ma soprattutto Cattaneo.

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Questi, milanese d’adozione, cinquantenne, insegnante di professione, fu il leader morale e politico di quelle giornate. Era un intellettuale, ma di razza particolare: non era iscritto né a una loggia massonica, né a una vendita – una sede- della Carboneria e nello scontro fra Mazzini e Gioberti non si schierava con nessuno dei due. Secondo lui, l’Italia non si poteva fare se prima non si facevano gli italiani. L’indipendenza non doveva essere un fine, ma la naturale evoluzione di un processo innanzitutto culturale e societario. Una voce fuori dal coro, la sua, ben distante dagli slanci romantico patriottici di, con altri, Ruffini e D’Azeglio.

Tra il 19 e il 20 marzo si consumò definitivamente la frattura fra gli insorti e l’esercito asburgico: le barricate sorsero come funghi lungo tutta la città. Milano si difese svuotando le case dei suoi abitanti: tutti parteciparono alla costruzione, dai seminaristi agli orfani dell’opera Martinitt. E quando gli austriaci decisero di alzare la posta schierando l’artiglieria, gli insorti caricarono in corsa le linee nemiche. Sorse spontaneo un Consiglio di guerra, deputato a controllare lo svolgersi delle azioni belliche e a interloquire con Radetzky. Cattaneo ne divenne membro e portavoce e ciò ebbe un’importanza capitale per il successo della rivolta. Il maresciallo austriaco aveva difatti inviato, fra il 20 e il 21 marzo, ben due proposte di tregua: il Consiglio, su pressione del suo leader, le rifiutò entrambe prolungando così lo stato di guerra. Cattaneo decise di assecondare l’iniziativa popolare a discapito di quanto sosteneva l’ala moderata del Consiglio, propensa a chiedere l’intervento dei piemontesi.

Il 21 marzo i cittadini riuscirono a impadronirsi del Palazzo del genio, nel quale i soldati nemici si erano rintanati. Quale magazzino principale delle armi austriache, la sua conquista si rivelò determinante per le sorti dello scontro. Il giorno seguente, con entrambi gli schieramenti attanagliati dalla scarsità di cibo, si giocò l’ultima mano della partita. I milanesi diedero battaglia all’esercito di Radetzky rintanato dietro i bastioni di Porta Tosa: quella che in seguito venne ribattezzata Porta Vittoria.

Per snidare gli austriaci si dovette ricorrere a un ingegnoso stratagemma ideato dall’ex ufficiale napoleonico Antonio Carnevali: le barricate mobili. Esse erano costituite da delle fascine di tre metri di diametro, che i milanesi fecero rotolare in modo da coprir loro l’avanzata dai proiettili nemici. Il maresciallo austriaco, messo alle strette, fu costretto a far ritirare le truppe. Milano si liberava così per la prima volta della presenza asburgica affidandosi solamente alle forze dei suoi cittadini. Gli austriaci avevano invece mostrato la loro difficoltà a combattere in un contesto diverso dalla battaglia in campo aperto; la guerriglia urbana. Tale debolezza sarebbe emersa anche undici anni più tardi, nel corso del primo grande confronto bellico della Seconda guerra d’indipendenza: la battaglia di Magenta.

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La vicenda, però, era ben lungi dall’essere conclusa. Dopo la vittoria le due fazioni all’interno del Consiglio inasprirono le loro divergenze. Si creò un Governo provvisorio, in sostituzione del Consiglio: la corsa alla presidenza fu vinta dal già podestà Gabrio Casati, appartenente all’ala moderata. Cattaneo non fece in tempo a opporsi: una richiesta d’intervento a Carlo Alberto di Savoia venne inviata il 23 marzo, dando inizio alla cosiddetta Prima guerra d’indipendenza. L’ala moderata era riuscita nel suo intento: rendere la guerra di popolo una guerra di regime. Più precisamente, una guerra fra l’Impero asburgico e il Regno di Sardegna. Fu chiaro fin da subito che fare l’Italia era più importante di fare gli italiani. Paradossalmente i piemontesi finirono con l’avere più paura del popolo che non dei soldati nemici. 

I milanesi non vennero più chiamati in causa, nemmeno nei mesi successivi, quando Radetzky – riunite le truppe nel Quadrilatero- aveva ripreso la strada verso il capoluogo lombardo. I soldati sabaudi, dopo un’effimera vittoria a Pastrengo, raccolsero solo sconfitte. Il 3 agosto dello stesso anno Carlo Alberto restituì Milano al vecchio padrone, trattando la resa in separata sede.

Francesco Albizzati
Penso, scrivo, parlo: spesso ironicamente. Allergico agli -ismi.

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