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My hindu friend, l’ultimo film di un ultimo film

Roberta Pasetti e Martina Arrigoni

Venerdì 24 marzo, durante il Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina, si è tenuta una serata in onore del regista Hector Babenco, venuto a mancare lo scorso luglio, dove è stata proiettata la sua ultima opera My hindu friend. Presente in sala anche l’attore protagonista Willem Dafoe, un vero e proprio pezzo della storia del cinema con quasi novanta film alle spalle, che al termine della proiezione ha raccontato del proprio rapporto con il regista e di come è stato rappresentare un ruolo così forte.

Il film, senza classificarsi come autobiografico, riprende il calvario attraversato da Babenco dal ’94, che lo ha portato a sconfiggere una malattia terminale. La storia è quella di un regista, Diego (Willem Dafoe), che all’improvviso perde tutto: vita artistica e sessuale, carriera, amicizie e si trova a dover ricominciare. Quest’idea di rinascita è metaforicamente rappresentata dal film stesso, l’ultima storia che Babenco ha voluto raccontare.

I riferimenti biografici nell’opera sono molteplici, la stessa amicizia con il bambino hindu, che dà il titolo al film, è riconducibile ad un’esperienza realmente vissuta da Babenco e il pupazzo, scambiato nel film tra il protagonista e i due bambini, è effettivamente appartenuto al regista.

Come dichiarato da Dafoe nell’intervista al termine della proiezione, “My hindu friend” è un film che parla in primis di cinema, dell’amore di Babenco per il cinema e per la vita stessa.

Il suo approccio nei confronti del suo alter ego e della sua stessa sceneggiatura durante il processo creativo, è stato sempre all’insegna di un continuo avvicinamento e allontanamento dalla natura drammatica della vicenda: «una delle cose che ho particolarmente apprezzato del processo creativo e del lavorare con Hector, è stato che effettivamente lui prendeva spunto dalla sua vita reale ma che allo stesso tempo voleva sempre essere sorpreso. In qualche scena io gli chiedevo indicazioni, visto che certe cose lui le aveva vissute, e mi diceva: io non lo so, sei tu Diego, fammi vedere! Era una sorta di scambio continuo, lui voleva sempre essere sorpreso e spingeva me a sorprenderlo. Queste scene che voi vedete sono un mix di spunti tratti dalla sua vita reale e cose completamente inventate, ed è stato molto divertente essere parte di questo processo».

Da questo approccio del regista nascono scene come quella in cui Diego, delirante, dopo essere sceso a patti con la morte, porta in scena Top Hat intonando Cheek to Cheek sul lettino dell’ospedale. O, ancora, la magnifica scena finale in cui la donna, che risveglia il sentimento amoroso di Diego e che Dafoe ci svela essere la reale moglie di Babenco, Barbara Paz, danza come una musa seminuda sotto la pioggia, sulle note di Singing in the rain, facendo esplodere sullo schermo e nel cuore un sentimento di gioia e di riscatto.

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È proprio in questo sentimento di riscatto che risiede la volontà di Babenco di cancellare quella macchia che la malattia ha lasciato sulla sua vita dal ’94 in poi. E per riscattarsi, per salvarsi, Babenco racconta delle storie. Lo mostra al meglio la stessa amicizia che Diego stringe con il bambino hindu in ospedale, intrisa di racconti fantastici, rievocazioni di vecchi film in bianco e nero e continue fughe dalla realtà. Come rivela Dafoe, «una delle grandi ossessioni di Hector era quella di raccontare storie perché secondo lui può effettivamente aiutare. Scambiarsi delle esperienze è un modo per ricordarci della nostra umanità e di insegnarci il bisogno di essere umani».

E l’umanità non è certo un tratto mancante nell’ultima opera del regista brasiliano, per la cui interpretazione Dafoe racconta di aver perso circa 7 chili e di aver dovuto imparare a lavorare con il proprio corpo per la rappresentazione dell’immensa sofferenza fisica a cui è sottoposto il protagonista.

«La cosa interessante è forse che non era tanto difficile parlare della malattia o portarla sullo schermo, ma rappresentare come imparare a vivere di nuovo. Credo che quello che io immagino Hector volesse comunicare con questa storia fosse il suo amore per il cinema, il suo amore per la vita e la sua fede nell’amore e inoltre credo che volesse farci capire come dopo la malattia tutto quello che ha vissuto, tutti i colori della sua vita siano stati messi in ombra dal fatto che avesse vissuto questa malattia».

Come sottolinea Dafoe, la difficoltà nell’interpretazione di Diego risiede nella rappresentazione della vita dopo un evento così traumatico. Nel film il protagonista sfiora la morte. Questo momento è reso cinematograficamente come un vero e proprio incontro in cui Diego dialoga con un personaggio incaricato di “portarlo via” e riesce ad ottenere la possibilità di raccontare un’ultima storia, un ultimo film in cui la morte però sia presente. Ed è presente, ma non protagonista. Il film parla ovviamente di malattia e sofferenza, ma quello che Babenco ci mostra è come andare avanti: My hindu friend parla di morte ma, senza dubbio, quel che celebra è la vita.

Perfetta fusione di un tema angosciante con la bellezza del fare arte: questo è stato effettivamente l’ultimo film del regista, scomparso pochi mesi dopo i termine delle riprese, e riunisce in sé tutta l’esperienza artistica e di vita di Babenco, diventando la sua estrema catarsi.

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