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Perché dai romanzi di Stephen King vengono sempre brutti film?

Che i film prendano spesso e volentieri ispirazioni dai romanzi è una certezza. Molto meno sicuro è il successo che una pellicola può assicurarsi nonostante il buon nome del libro sul quale si basa. Sempre di più i lettori tendono a entrare nelle sale cinematografiche preoccupati di vedere i loro personaggi preferiti completamente rovinati da una trasposizione libera o, magari, piuttosto scialba. Una riflessione valida in maniera quasi assoluta se il film, anziché riprendere un libro, si basa su un videogioco e che spesso e volentieri si riconferma sulle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Stephen King.

In totale sono ben 55 i film che sono stati tratti dal corpus del “Re del terrore”, a cui si devono aggiungere alcune serie tv e altri titoli in uscita quest’anno. Ben inteso, naturalmente in questa vastità di film troviamo delle ottime pellicole, entrate di diritto nella storia del cinema. Bastino, come esempi, Il miglio verde, Le ali della libertà, Misery non deve morire, The mist e tanti altri capolavori, che oggettivamente rendono giustizia alle atmosfere e alla narrazione dei romanzi.

Shining è addirittura divenuto un film cult, anche se – e  ormai è noto – l’autore non ha molto gradito il lavoro di Kubrick, reo, agli occhi di King, di aver reso freddo un libro caldo (come spiegò in una intervista per la rivista Rolling Stones): «Il libro si conclude con il fuoco, il film con il ghiaccio. Nel libro c’è una sorta di arco nel quale vedi questo tipo, Jack Torrance, che prova ad essere buono e che poco a poco viene condotto in questo luogo dove diventa folle. Per quanto mi riguarda, quando ho visto il film, Jack era pazzo sin dalla prima scena.» Ma non fu solo l’autore a non apprezzare la trasposizione. Shining, infatti, valse a Kubrick anche una nomination per un Razzie Award come peggior regia.

Il nome di King è tornato caldo anche quest’anno, in vista delle uscite di altri prodotti cinematografici basati sulle sue opere.

Il reebot di It – che vuole svecchiare la miniserie tv degli anni Novanta – e la serie tv Castle Rock, annunciata un po’ a sorpresa da J. J. Abrams, che porterà presto sul piccolo schermo le vicende della cittadina immaginaria dove buona parte dei racconti del re del terrore prendono luogo.

Ma il più atteso – e discusso – è il film La torre Nera, con protagonisti Matthew McConaughey e Idris Elba,  ispirato alla collana fantasy/western di King che sarebbe dovuto già essere nelle sale, ma che ancora manca addirittura di un trailer. Questa posticipazione – e soprattutto la mancanza di notizie ufficiali – spaventa non poco i lettori più appassionati, che temono di dover assistere all’ennesimo caso di cattivo adattamento di un romanzo dell’autore americano, similmente a come l’anno scorso accadde con Cell o i passati Carrie e Big driver.

Curioso come la gran parte dei film più riconosciuti tratti dai racconti di King non siano horror o thriller, considerando che i generi che hanno reso celebre lo scrittore sono proprio questi, e tanto bene si presterebbero a potenziali successi al botteghino. Come si spiegano allora i cattivi adattamenti? Devono il loro insuccesso solo alla sfortuna?

Ovviamente una trasposizione, come dimostrano i fatti, non è un’operazione affatto scontata: semplicemente, essendo un film qualcosa di pragmaticamente più complesso rispetto a un romanzo – si pensi infatti a quante persone e quante risorse occorrano per realizzare un buon film oggi – può capitare che qualcosa vada storto. Non è scontato nemmeno il dato relativo al gusto soggettivo: romanzi e film sono due facce differenti della stessa medaglia, quella dell’arte, e non sempre un confronto rende giustizia alle opere su carta o su pellicola. C’è quindi chi preferirà scoprire i segreti dell’Overlook Hotel sfogliando le pagine del romanzo e chi, invece, preferirà rivedere ancora una volta Jack Nicholson sfondare la porta del bagno con un’ascia. E questo, naturalmente, non vale certo solo per i romanzi di King. Quello che insegnano le saghe che oggi siamo abituati a conoscere, nel bene o nel male, è che

per una buona trasposizione occorre una notevole sensibilità artistica – che oggi non è facile riscontrare -, unita ad una competenza tecnica non da poco.

Gli otto film di Harry Potter, ad esempio, riescono a incarnare molto bene le atmosfere dei romanzi. Ma se si osserva sotto la superficie, è possibile trovare dei buchi nella narrazione, facili da colmare per chiunque abbia letto i libri ma non per i soli fruitori cinematografici, totalmente ignari di tali mancanze.  Cosa che avviene anche nei film de Il signore degli anelli, pluripremiata saga fantasy vincitrice di 17 premi Oscar per tutti e tre i film (di cui 11 vinti da Il ritorno del re): anche se in termini di durata sono indubbiamente film di una certa importanza, portare nei cinema la vastissima opera di Tolkien non poteva che essere un’operazione rischiosa e che, necessariamente, avrebbe privilegiato alcuni dettagli a sfavore di altri. In ogni caso, certo è che nessuno può dire che quello di Jackson non sia stato un progetto vincente.

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