Quello che non abbiamo, non ci manca

Il titolo di questo pezzo è una chiara parafrasi della celeberrima canzone di Fabrizio De André Quello che non ho che dà il titolo all’omonimo spettacolo di Neri Marcoré, scritto e diretto da Giorgio Gallione, in scena il 14 e 15 marzo al Teatro Cagnoni di Vigevano. Neri Marcoré, conosciuto per le sue numerose interpretazioni cinematografiche e televisive oltre che come uomo di spettacolo a tutto tondo, dalla conduzione all’intrattenimento in programmi come Per un pugno di libriNeriPoppins, si è cimentato in una performance di teatro-canzone dove, attraverso alcune canzoni di De André, come Se ti tagliassero a pezzetti, Volta la carta Don Raffaé – eseguite da Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini- percorre un piccolo viaggio nella storia della nostra Repubblica, scandito da tappe che vedono protagonisti fatti e personaggi di rilievo.

L’apertura è ambiziosa con la citazione degli scritti corsari che, senza soffermarsi troppo su di essi, usa da spunto per parlare di tutto quello che in Italia e nel mondo imbarazza. La caduta delle paperelle di gomma nel Pacifico; un’interrogazione parlamentare sulla difficoltà di trovare il pupazzetto di Clarabella nell’acqua Rocchetta Junior; l’estrema povertà in cui versa buona parte del mondo, frutto di una cultura dello sviluppo infinito – in un mondo finito – senza progresso; il mito realistico della decrescita felice, senza citare Pallante e Latouche; l’efficientismo ecologico in contrapposizione ad un vero e proprio ritorno alla natura.

Uno zibaldone di idee, percezioni, narrazioni, immagini, musiche e parole che “rassicurano”, per usare un eufemismo, sul fatto che non cambieremo mai.

O meglio, auspica il cambiamento, ma con quel pizzico di moralismo proprio di chi, nemmeno troppo a torto, bacchetta la propria generazione di non aver fatto abbastanza. Marcoré tocca tutti i punti chiave – la politica, l’ambiente, la corruzione – senza voler innovare il racconto. Non spettacolarizza pur essendo a teatro, ma riporta un elenco, come si riportano mestamente i morti caduti durante una battaglia, con il rispetto per i famigliari e la rassegnazione di chi sa di essere dentro un ingranaggio più grande di lui.

Marcorè

Chi lo aveva capito e visto dell’alto come Pasolini e De André, sapeva raccontare tutto ciò che vi sfuggiva – e sfugge ancora – con poesia e vividezza e accennava a quello che vi sottostava – il consumismo, nuovo fascismo per Pasolini, l’ipocrisia di chi non vuole vedere – come la morte delle idee. Lo spettacolo apre anche ad un’altra riflessione. La nostra generazione, che ci chiamino millennials o nativi digitali, ha difetti come tutti, vive di una certa nostalgia espressa nella passione per il vintage che investe musica, moda e letture, crede nella solidarietà e nel provare a fare fronte comune verso un futuro che sia orientato alla costruzione di un linguaggio-faro nelle incertezze che viviamo e ci troveremo ad affrontare. Che si pensi al declino delle ideologie come positivo o negativo, come inarrestabile o imposto, si può essere certi che nessuno spiegherà a noi giovani come vivere, ma dovremo trovare da soli la via, forse più dei nostri genitori. «Quello che non ho è quello che non mi manca», dice Marcoré ricordando De André. Quello che non abbiamo non ci manca, perché dobbiamo ancora costruirlo, potrebbero aggiungere i giovani spettatori.

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Susanna Causarano
Osservo ma non sono sempre certa di quello che vedo e tento invano di ammazzare il tempo. Ma quello resta dov'è.

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