USA-Messico: il Muro de la Vergüenza non è una questione così recente

Giada Ferreri

Trump ne ha fatto uno dei capisaldi del proprio programma elettorale e da allora se ne continua a discutere in America e nel mondo, ma il muro lungo il confine che separa USA e Messico non è una questione recente. I messicani lo chiamano “muro della vergogna” ed è una controversa realtà che risale agli anni Novanta.

La sua costruzione iniziò infatti sotto l’amministrazione di H.W. Bush, in seguito al suo programma anti-immigrazione denominato “Prevenzione attraverso la deterrenza”.
Il primo tratto risale al 1993 e venne eretto per separare nettamente San Diego da Tijuana. Era lungo appena 14 miglia (circa 22 km) – niente più che una goccia nel mare, considerando che la frontiera che corre dall’Oceano Pacifico all’Atlantico è lunga oltre 3.140 km – ma sufficiente a dividere le due città che sorgono l’una a ridosso dell’altra.

A osservarle distrattamente, infatti, sembrano un unico grande centro urbano e la cancellata che le separa – alta 3 metri e formata da spesse sbarre di metallo quasi attaccate l’una all’altra – potrebbe essere facilmente scambiata, almeno in alcuni tratti, per un semplice confine di proprietà. La controversia di questa cancellata emerge chiaramente sulla costa: la barriera attraversa la spiaggia e giunge fin dentro all’oceano, per poi interrompersi bruscamente a qualche metro dalla costa. Da lì in poi sarebbero sufficienti poche bracciate per passare dalla città californiana di San Diego a Tijuana, che si trova invece nello stato messicano della Bassa California. Ma è solo un’illusione: attraverso la cancellata si riescono a scorgere le macchine del Border Patrol, l’agenzia statunitense di controllo dell’immigrazione in costante supervisione.

Questo tratto di barriera di una ventina di kilometri appena è la frontiera più attraversata al mondo: non solo viene attraversato dagli immigrati messicani – legali o clandestini – diretti negli USA, ma anche in senso opposto da molti cittadini americani che si recano a Tijuana e dintorni per brevi periodi, anche per una sola notte di divertimento.

A quella prima barriera tra San Diego e Tijuana hanno presto fatto seguito altri tratti: oggi se ne trovano un po’ ovunque lungo tutta la frontiera, in tutti e quattro gli stati USA che confinano con il Messico.

I tratti più lunghi sono appunto quello californiano, che negli anni è stato allungato progressivamente fino a raggiungere la città di Yuma in Arizona, e il tratto nei pressi della città di El Paso, in Texas. Muri e barriere più brevi si trovano anche in New Mexico. Complessivamente, raggiungono i 930 km (dati al 2009, secondo le più recenti stime dell’agenzia U.S. Customs and Border Protection).

Il muro della vergogna è, infatti, stato prolungato nel corso degli anni grazie ad una serie di leggi emanate dal governo statunitense, tra cui il Secure Fence Act del 2006. Questa legge, pur senza dare concretamente avvio a un progetto specifico, ammetteva la possibilità che negli anni successivi venissero costruiti nuovi tratti di muro e si impegnava a stanziare parte dei fondi necessari a questi futuri lavori.
Questi finanziamenti governativi, tuttavia, non sono stati utilizzati per la costruzione materiale di un muro: sono invece stati destinati a un progressivo incremento dei controlli lungo il confine, attraverso sistemi di videosorveglianza e vigilanza da parte di esercito e agenzie (come, appunto, Border Patrol).

OCTOBER 7 2014 SASABE ARIZONA- Nailer (Middle left) and Spartan (middle right) talks with Border Patrol agents.

E così come il confine, anche la sorveglianza è disomogenea e discontinua. Se il tratto tra San Diego e Tijuana è costituito da una cancellata di metallo alta diversi metri, altrove troviamo recinzioni in reti metalliche e filo spinato con cancelli chiusi collocati in mezzo al nulla più totale tra le montagne. Spostandosi ancora, in regioni ostili all’uomo e più lontane dai centri abitati, l’unica sorveglianza è costituita da un complesso di telecamere per la videosorveglianza. Infine, laddove il territorio messicano è indistinguibile da quello statunitense perché il deserto di Sonora cancella ogni confine umano, anche la sorveglianza si annulla. Non ci sono né videocamere, né recinzioni, né muri, né tantomeno agenti di sorveglianza che vigilino su questi tratti dispersi nella natura, considerata un deterrente sufficiente a scoraggiare chiunque.

Questo, però, non è totalmente vero. Da quando la sorveglianza è stata rafforzata lungo quei tratti di frontiera più facilmente raggiungibili, le rotte dei migranti sono cambiate e con esse anche l’organizzazione di quanti le gestiscono. La disperazione dei migranti messicani, infatti, ha dato origine negli anni a un vero traffico di esseri umani, gestito da coloro che in spagnolo sono definiti polleros o coyotes.

I polleros, all’inizio, erano semplici contadini del posto, esperti conoscitori del territorio, che per qualche soldo in più conducevano i propri connazionali lungo strade sicure verso gli Stati Uniti. Nel tempo, il fenomeno si è intensificato e intorno ad esso è nato un vero business, gestito da figure simili agli scafisti che operano nel Mediterraneo, che per cifre astronomiche conducono i migranti oltre i confini.

I coyotes arrivano a chiedere fino a 12 mila dollari a testa per duri viaggi lungo rotte e sentieri sempre più pericolosi, che spesso conducono i migranti proprio in quelle zone dove la sorveglianza è effettivamente minima o addirittura nulla, ma dove le condizioni ambientali sono più proibitive.

Tra il 2013 e il 2015 il numero dei migranti è calato, ma è aumentato il numero dei morti: ad oggi si contano oltre 6.000 decessi nel tentativo di entrare negli USA, molti dei quali avvenuti negli ultimi anni. Le cifre si riferiscono solo al numero di corpi ritrovati: molti altri sono scomparsi nel tentativo di attraversare il deserto di Sonora e di essi non si è saputo più nulla, inghiottiti da miglia e miglia di deserto che richiedono giorni di marcia senza cibo o acqua e aggravati da forti escursioni termiche.
In queste condizioni estreme operano i volontari appartenenti al Grupo Beta dell’Istituto Nacional de Inmigration messicano, un’associazione che porta soccorso a chiunque e in qualunque situazione.

Il tema divide l’opinione pubblica e la politica – americana, ma anche internazionale – e la questione resta controversa. Nel frattempo, nuovi migranti giungono ogni notte a Tijuana, pronti a partire lungo rotte pericolose nel tentativo di realizzare, un giorno, il mito del sogno americano.

Commenta