Stalattiti: il relativismo come morte del discernimento, secondo Raymond Boudon

Il relativismo si presenta come la dottrina dominante del nostro secolo e perfettamente adeguata al nostro mondo, un mondo postcoloniale, globalizzato e che necessita che le culture si equivalgano poiché, per l’individuo, tutto è opinione e ogni opinione merita rispetto.
Il sociologo Raymond Boudon, in un breve saggio dal titolo Il relativismo pubblicato di recente dal Mulino, analizza i nuclei fondamentali dell’omonima corrente di pensiero, soprattutto per far cogliere al lettore le implicazioni sociali e politiche che essa produce. Decostruire il sistema del relativismo, per poterlo comprendere, richiede però l’intervento della filosofia, perché solo un approccio filosofico può individuare i punti di forza e le debolezze di un insieme di ragionamenti.

Anzitutto, secondo Boudon, il relativismo si declina in numerose varianti, ma la più interessante per le ripercussioni socio-politiche è quella normativa, per la quale i valori e le norme sarebbero convenzioni culturali arbitrarie.

Essa è costituita da tre nuclei argomentativi forti:

1. L’insieme di norme e di valori, variabili di paese in paese e di cultura in cultura, porta a concludere che essi sono verosimilmente fondati su convenzioni arbitrarie, apprese durante la socializzazione. Un esempio limite è costituito dalla vicenda di una antropologa americana, originaria dei Kono della Sierra Leone, che decise di sottoporsi alla pratica dell’infibulazione per sentirsi più vicina alla sua popolazione. Le donne Kono ne traggono infatti senso di potere e autorealizzazione. L’orrore provato da uno spettatore occidentale di fronte a questa pratica sarebbe dovuto all’effetto di forze culturali, operanti nella società occidentale, che gli fanno percepire l’infibulazione come negativa, mentre una sierraleonese percepisce come positiva tale esperienza perché a sua volta sottoposta all’influsso di differenti forze culturali.

2. Nessun ragionamento all’indicativo può implicare una conclusione all’ imperativo. Questo principio logicamente impeccabile confermerebbe che i giudizi di valore non hanno una base oggettiva, perché non possono essere ricavati unicamente dai fatti. Essi non impongono in effetti alcuna norma, e queste ultime di conseguenza sarebbero necessariamente convenzionali (conclusione che riconferma il punto 1).

3. La diversità di valori presente nella società è tanto intensa da rendere incompatibili i vari sistemi di valori; di conseguenza, tale diversità produrrebbe dei conflitti interni irrisolvibili.

Queste tre argomentazioni risultano però minate, secondo Boudon, dalle seguenti criticità:

1. La prima enunciazione è impostata su opposizioni rigidamente binarie, del tipo: o le norme di comportamento sono oggettivamente fondate oppure no; o sono razionali oppure, se non se ne colgono le ragioni, sono allora frutto di convenzione. Siccome per la maggior parte delle credenze predomina la varietà senza che se ne ravvisi un principio comune generale, ne conseguirebbe che tutte siano oggettivamente infondate. Si rifiuta però, così, una terza possibilità (detto in altri termini: si utilizza in maniera impropria il principio del terzo escluso), ossia che alcune norme sociali siano fondate su convenzioni e altre su ragioni.

Per tornare all’esempio della infibulazione: per un relativista normativo il disgusto di un occidentale di fronte a questa pratica sarebbe unicamente di origine culturale, dipendente dal fatto che la sua cultura condanna queste pratiche ritenendole primitive e barbare. Tuttavia, non si può escludere che esistano ragioni, anche ottime, per condannare una tale pratica. È vero che l’infibulazione favorisce la formazione della identità personale e della integrazione sociale presso i Kono della Sierra Leone. Ma l’integrazione e la formazione della identità personale possono essere raggiunte anche attraverso altre vie e se queste vie non prevedono ricorso alla crudeltà, di solito, tendono ad essere preferite. La preservazione della dignità umana senza lesioni fisiche e psicologiche costituirebbe così, per Boudon, una ragione in grado di trascendere i particolarismi culturali.

2. Da premesse all’indicativo non si ricavano conclusioni all’imperativo, ma è anche vero, sempre in accordo con questo principio, che se nelle premesse è inclusa una frase all’imperativo, la conclusione può senza problemi essere anch’essa all’imperativo. La frase: “i semafori sono una buona cosa e devono essere installati (premessa), perché la circolazione sarebbe peggiore senza di essi (conclusione)” conferma che i giudizi valutativi derivano di solito sia da ragioni di fatto (i semafori sono buoni) che da ragioni di carattere valutativo (devono essere installati). L’opposizione binaria, anche in questo caso, non arriva a spiegare il fatto che molte credenze condivise collettivamente relative alla vita politica e sociale (nel caso dell’esempio, la necessità di un semaforo) dipendono dal suo rispondere o meno a un dato criterio etico, nello specifico la salute e la dignità del cittadino.

3. A proposito dei conflitti endemici, Boudon utilizza l’esempio del raggiungimento del diritto allo sciopero. Prima che si affermasse tale diritto si aveva, sì, l’impressione che imperasse una sorta di politeismo dei valori in netto contrasto tra di loro: da un lato gli interessi degli imprenditori, dall’altro gli interessi di operai e impiegati. L’istituzione si è poi potuta affermare nei fatti perché costituiva un modo efficace di protezione del lavoro, ed è stata percepita come legittima perché ha garantito maggiormente la dignità degli individui; si ritorna, quindi, al principio di dignità, che Boudon ritiene valido collettivamente. Questo principio non è dimostrabile, come tutti i principi primi che animano qualsiasi teoria, ma ispira e orienta la vita politica. Il politeismo dei valori in contrasto tra loro valgono, evidentemente, fintantoché un principio superiore non si sia ancora affermato.

Raymond Boudon nel suo studio
Raymond Boudon nel suo studio

Nel mondo dell’etica e dei comportamenti umani, il relativismo normativo ci ha insegnato, e questo è il suo merito, che per comprendere un individuo che appartiene a una società diversa dalla propria, bisogna tenere conto delle differenze dei contesti culturali. In questo senso, il relativismo ha contribuito indubbiamente a favorire la benevolenza e il rispetto dell’altro e ha dissuaso dal volere il bene dell’altro contro la sua volontà. Viste le esigenze di gestione del multiculturalismo, così pressanti nel nostro secolo, si comprende come questa corrente si sia diffusa così ampiamente. Dichiarando la dignità dei vari modelli culturali, ha permesso di screditare l’idea di una società in assoluto migliore delle altre.

Tuttavia, la diffusione di questa concezione ha potenziato anche la sua controparte “cattiva”, la quale livella tutti i comportamenti, tutte le società, tutte le realtà e tutti i valori sullo stesso piano; il che provoca un profondo smarrimento intellettuale, morale e politico. Il cittadino, infatti, in questo contesto sarebbe più soggetto alla seduzione dei ragionamenti arbitrari che alla persuasioni di argomenti razionali. Nel livellare indistintamente la realtà, il relativismo si è reso responsabile della morte del discernimento. Ma può esistere relativista così incallito da rifiutarsi di giudicare dall’esterno la lapidazione delle adultere o la condanna a morte per conversione religiosa?

Mi entusiasmano le sfide, i filosofi greci, le persone intelligenti e il buon cibo. Studiando lettere antiche, posso rivivere tutte queste mie grandi passioni tranne l'ultima.

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