Non solo Elasti: Claudia de Lillo si racconta a Vulcano

Greta Joyce Fossati

Chì è Elasti? I lettori di D di Repubblica hanno il piacere di incontrarla settimanalmente attraverso la sua rubrica personale, si trova nelle ultime pagine della rivista e pare un saluto di fine lettura capace di donare un buon augurio, dei bei interrogativi o delle immagini vive di ricordi d’infanzia.

Elasti si racconta anche attraverso il proprio seguitissimo blog e, dulcis in fundo, tramite il lavoro in radio. Elasti è anche una madre di tre bambini e nei suoi scritti compaiono spesso in vesti di hobbit.

Elasti, in realtà, è Claudia de Lillo, una giornalista che ha accettato la proposta di aprire un dibattito con la redazione interna. Ne è nato  un bel confronto sul suo modo di scrivere, sul tema della famiglia odierna e quello legato al mondo del lavoro. Emerge una voce profondamente libera e capace di parlare a tutti donando se stessa in un modo unico.

Cominciamo dall’inizio: mi parli un po’ di lei.

Mi sono laureata in Economia Politica alla Bocconi, senza alcuna passione né piacere ma con un grande senso del dovere e subito dopo ho lavorato come trader di Borsa in una banca d’affari. È stata l’esperienza più formativa e terrificante della mia vita. Ho capito presto che non ero fatta per la compravendita di nulla, tantomeno di titoli azionari, e dopo qualche mese, sfinita da quel lavoro folle e sfibrante, ho saputo per caso che all’agenzia di stampa Reuters cercavano uno stagista per la redazione di Economia e Finanza.

Avevo 26 anni, l’anno dopo sono stata assunta a tempo indeterminato e quello dopo ancora sono diventata giornalista professionista. Sono rimasta in quella redazione, dove sono diventata caposervizio, ho avuto tre figli e ho convissuto con colleghi che sono diventati famiglia per 18 anni.

Quando sono rientrata dalla seconda maternità, con un bimbo di cinque mesi e uno di tre anni, avevo l’impressione che nessuno avesse mai raccontato con onestà la vita dilaniata e schizofrenica delle madri lavoratrici, né il sentimento di ambivalenza della maternità per cui un momento ti senti chioccia e l’altro vuoi solo scappare con un toy boy. Avevo anche il desiderio di misurarmi con una scrittura diversa da quella del giornalismo finanziario. Così, era il settembre 2006, ho aperto un blog, www.nonsolomamma.com, per raccontare la mia storia ma anche quella di molte donne che cercano invano la quadratura del cerchio senza trovarla.

Nel giro di un anno è diventato virale e alcune case editrici mi hanno contattato per pubblicarne un libro. Ho scelto Tea e nel 2008 è uscito Nonsolomamma, seguito nel 2010 da Nonsolodue. Sempre nel 2010 D di Repubblica mi ha proposto di tenere una rubrica settimanale, era nato il figlio numero tre e ho chiesto il part time a Reuters, ottenendolo, dopo un po’ di battaglie.

Nel 2014, poco dopo l’uscita del mio terzo libro, con Feltrinelli, mi hanno proposto di condurre CaterpillarAM la mattina su Radio 2, ho detto sì, ho lasciato Reuters e ora sono nel magico mondo delle partite Iva, molto più felice ma anche più incerta e precaria.

Con la rubrica “Elasti”, permette ai lettori di entrare in modo diretto nella sua vita privata. Attraverso le storie che narra infatti, lei usa riportare in maniera diretta una frase pronunciata da un suo figlio, un scambio epistolare avuto o un suo ricordo d’infanzia. Ecco, come mai ha scelto di aprirsi in modo diretto al mondo tramite la scrittura? Che cosa vuole trasmettere più di tutto ai lettori attraverso i suoi testi?

L’intento originario, partito dal blog, era quello di raccontare una storia universale, quella di una donna che si barcamena tra l’immagine angelicata della madre che deve compiersi e realizzarsi nei figli e l’ambizione professionale di fare qualcosa che le somigli e che le dia da vivere.

Non ho usato il mio vero nome perché volevo che chiunque potesse ritrovare nelle storie di Elasti, le proprie esperienze, i propri fallimenti e i propri successi. E questo è proseguito nella mia rubrica su D di Repubblica dove adesso lo sguardo si è allargato passando dalle piccole storie e dalle avventure dei figli a una riflessione più ampia sulle donne, sulla conciliazione, sulle differenze di genere, sulla diversità e sulla responsabilità di stare al mondo.

Lei scrive sia su cartaceo sia attraverso un blog personale. Quali sono per lei i benefici di queste due differenti modalità di comunicazione?

Innanzi tutto raggiungono due pubblici piuttosto diversi che difficilmente si sovrappongono. Sul blog ho una scrittura più privata, intima e per me anche terapeutica. Sento la responsabilità di quello che scrivo ma rispondo solo per me stessa e questo mi rende, nella scrittura, più rilassata. Chi legge un blog lo fa per scelta e la comunità che gli si crea intorno, per quanto numerosa, è una comunità di simili, con un’atmosfera amicale.

Scrivere una rubrica su un giornale cartaceo impone una maggiore attenzione verso il lettore che incidentalmente si imbatte nella tua pagina, e richiede la trattazione di temi più universali. Le lettrici e i lettori di D, poi, sono piuttosto esigenti e colti e io sento moltissimo la responsabilità e la sfida di interessarli e di non deluderli.

Il personaggio di “Elasti” è il prototipo della mamma moderna, nei suoi articoli troviamo “la famiglia di oggi” in tutte le sfaccettature. Quali sono per lei i tratti più positivi della famiglia odierna rispetto al passato?

Nella famiglia moderna i ruoli sono meno rigidi, più intercambiabili. C’è la consapevolezza che ogni membro della famiglia deve fare la sua parte anche nella vita domestica. Anche se la parità è ancora lontana, i padri sono molto più coinvolti nella gestione quotidiana della casa e dei figli. Trovo che nella famiglia moderna ci sia più libertà di essere se stessi rispetto al passato. Anche se sono convinta che con i figli sia fondamentale un’educazione fatta di regole e paletti da rispettare.

É opinione diffusa che ci sia stato negli ultimi anni in modo particolare, una generale maleducazione nell’uso del web da parte degli utenti. Come pensa che andrebbe risolto questo problema? Ha riscontrato in prima persona dei problemi dato che gestisce un proprio blog nonchè una pagina Facebook?

Fortunatamente, a differenza di altri assidui frequentatori della rete con un profilo pubblico, sono vittima molto di rado di offese, maleducazione o episodi sgradevoli. Mi è capitato, soprattutto in passato, e credo che l’unica strada efficace sia ignorare le provocazioni anche se non è affatto facile e alla lunga un’atmosfera di ostilità nei tuoi confronti genera malessere, se non addirittura paura. A me è successo solo una volta che qualcuno si accanisse in modo ossessivo e sgradevole contro di me. Inizialmente l’ho ignorato, poi mi sono fatta aiutare a identificarlo e l’ho bloccato da tutti i miei canali.

Il nostro paese sta affrontando, al momento, una grave fase di instabilità. Qual è il suo punto di vista generale al riguardo? Sono cambiate negli ultimi anni le sue prospettive lavorative?

Stiamo attraversando un periodo difficilissimo dal punto di vista economico e politico.

Trovo che ora più che mai sia necessario esporsi, dire la propria opinione, ribadire l’importanza dei valori dell’accoglienza, della tolleranza e della difesa dei diritti.

Quando le certezze vacillano il rischio che la paura generi aberrazioni è dietro l’angolo e bisogna esserne consapevoli e lavorare per mantener fermi i propri principi. Io tre anni fa ho lasciato un lavoro dipendente con un contratto a tempo indeterminato per passare al lato oscuro del mondo del lavoro: precarietà e partita Iva. È stata una scelta ponderata e felice e anche privilegiata ma cerco di non pensare all’incertezza, a cosa succederebbe se mi ammalassi, alla mia pensione, al mio futuro prossimo e lontano.

Lei lavora per un settimanale che si rivolge prevalentemente ad un pubblico femminile. Crede che nella nostra attualità nella quale è forte il dibatto sul genere e sulle differenze tra i due sessi sia ancora utile produrre una stampa pensata per uomini e donne?

Credo di no. Sono convinta che non abbia alcun senso creare delle gabbie e dei ghetti di genere. La moda, che spesso precorre i tempi, se ne è già accorta. Anche i magazine femminili, in parte, stanno facendo una riflessione in proposito. Definire ruoli, interessi, competenze e passioni in base al genere nuoce a tutti.

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