Stalattiti: lo splendore del nero

Dedicando più di cento pagine ad un colore, Alain Badiou dimostra di essere uno dei più brillanti pensatori di oggi. Lo splendore del nero, pubblicato per l’editore Ponte alle Grazie nel marzo 2017, è un piccolo e illuminante gioiello di filosofia contemporanea.

Badiou ci prende per mano e ci accompagna in un percorso che, passo dopo passo, si fa sempre più profondo e più oscuro, illuminato soltanto da scintille, appunto, di filosofia. Riesce a descrivere, attraverso il nero, frammenti della sua stessa vita e brevi e intensi squarci della vita di ognuno e della realtà di tutti i giorni.

Ci immergiamo nel nero della sera del campo militare, quando l’autore, giovane sorvegliante notturno, spegneva la luce lasciando spazio a un nero rigido e spaventoso, rigoroso e severo; il nero della notte che si impone e che non lascia altra scelta che accettarlo.

Descrive il nero che copriva i giochi che faceva, da bambino, con gli amici a mezzanotte. Un nero che da colorato diventava invisibile, che confondeva le forme, gli oggetti e i valori, che mischiava e rendeva indifferente tutto ciò che durante il giorno avveniva — se avveniva — definito alla luce del sole; un nero che era — ed è, sempre — in grado di isolare e annullare nel tempo il momento e di rendere lecito l’illecito, solo dopo averlo reso sacro.

Passa quindi al nero della paura, nelle notti d’estate, quando a muoversi per il paese sconosciuto, Badiou, era completamente solo, in mezzo al nero che avrebbe potuto nascondere qualsiasi cosa. Il nero, poi, diventa il nero del segno, dell’inchiostro sul foglio, divenuto Lettera, del pensiero diventato Parola.

Il nero scrive, lascia tracce, crea.

Ma il nero, anche, provoca e cancella tutto quello che non deve essere saputo, come nella censura, o tutto quello che deve solo essere immaginato, come nella pornografia. É un nero sadico e autoritario, che tutto annulla e confonde e che non lascia spazio ad alternative. É il nero che vuole coprire e inghiottire il colore, definendosi per contrasto con il rosso, il più colorato — se fosse possibile — di questi: è il nero disperato del nazismo, delle bandiere dell’isis, dell’anarchia.

Allo stesso tempo è il colore che non vuole coprire, ma escludere, i colori: è il nero ipnotico dell’incomprensibile e simbolo dell’assenza del bianco, della luce, della vita. É il nero del lutto. É il colore della morte e delle tenebre, ma può essere anche qualcosa che, sfidando se stesso, talvolta, ci salva: quando è humor nero. Il nero è eleganza e indiscutibile e puntuale adeguatezza.

Il nero è il colore pericoloso dei bassifondi delle città, degli abissi, del sottobosco. E’ il colore di alcuni, particolari, animali; è il colore che distingue una razza umana e tutta la storia che l’ha accompagnata.

Infine, il nero è il colore dell’universo e dell’inaccessibile, della “materia oscura”, oppure, semplicemente, dell’ignoto, di «ciò che manca nella percezione» e che dobbiamo nominare in qualche modo «per fare in modo che nel pensiero non manchi niente».

Attraverso la pura analisi di un colore, questo saggio ci offre un momento di quiete e un’occasione per riflettere, anche e soprattutto sulle cose più semplici, in mezzo ai rumorosi colori del nostro mondo, il libro di Badiou è un gentile tuffo nel silenzio del nero.

Angelica Mettifogo
In bilico tra tutto quello che voglio fare e il tempo che ho per farlo. Intanto studio filosofia.

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