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Chi salverà la regina?

Quando lo scorso il 18 aprile 2017 ha annunciato una mozione in Parlamento per lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni, fissando la data delle nuove elezioni all’8 giugno, Theresa May non poteva immaginare l’inimmaginabile. Dopo lo shock per la Brexit, il paese si ritrova terrorizzato dai tre attacchi terroristici subiti in tre mesi. Come se non bastasse, si aggiungono anche i laburisti guidati da Jeremy Corbyn, in rimonta secondo i sondaggi, e la prospettiva di un parlamento appeso.

Convocate con anticipo nel suo momento di massima popolarità, le elezioni sono state presentate dalla leader tory come un’occasione per «consolidare la maggioranza parlamentare favorevole alla Brexit» in vista degli imminenti negoziati con Bruxelles per stabilire tempi, modi e costi dell’abbandono dell’Unione Europea da parte di Londra. A voler pensar male, però, i veri motivi sarebbero altri. Se la signora May avesse atteso fino al termine della legislatura, previsto per il 2020, il “fattore Brexit”, che ha rafforzato il Partito Conservatore, a quel punto si sarebbe esaurito, Jeremy Corbyn avrebbe già rassegnato le dimissioni e sarebbe arrivato un leader Laburista più decente, i conservatori avrebbero perso la maggioranza.

La rimonta dei laburisti accertata nei sondaggi ha dello straordinario: il 18 aprile i conservatori erano avanti di 24 punti sul partito di Corbyn, ma nelle ultime settimane la distanza sembra essersi ridotta, a tal punto che i sondaggisti si aspettano che i conservatori ottengano il 41% contro il 40 dei Labour.
Certo è che sono tempi duri per i sondaggisti, che ultimamente non godono di una buona reputazione, dopo aver dato per scontato che tutto il Regno Unito fosse europeista come la sua capitale e che gli americani scegliessero il sogno americano della Clinton piuttosto che quello di Trump.

Non è stato così e, dunque, meglio leggere i sondaggi con un certo distacco. Prima della recente ripresa, infatti, il partito laburista aveva dato un’immagine di sé piuttosto depressa, complice la pesante sconfitta subita nel 2015, quando i Tories, guidati dal primo ministro David Cameron, hanno ottenuto il 51% dei seggi contro il 37% dei Laburisti. In quell’occasione, i labour avevano perso consensi anche in zone del paese storicamente “rosse”. Questo spiega, in parte, il successo dello Scottish National Party e del Partito per l’indipendenza del Regno Unito.

All’ombra del Big Ben, insomma, il clima è teso da molti mesi. L’ultimo attentato ha abbassato i toni solo momentaneamente, poi perfino quello è stato politicizzato da entrambe le parti:

la May sembra voler dare il via all’era della tolleranza zero ed ha annunciato l’intenzione di voler combattere il terrorismo sia fuori casa – con l’intervento in Siria e in Iraq – sia a casa propria, introducendo pene più severe per i terroristi.

Dal canto suo, Corbyn, che in passato era stato criticato per la sua linea troppo soft sulla questione terrorismo, sembra improvvisamente aver cambiato opinione. Pur rimanendo convinto che «la guerra al terrore ha fallito», il leader labour che si definisce socialista ha criticato la premier per i tagli nel settore della sicurezza introdotti negli anni trascorsi al Ministero dell’Interno, annunciando che con un governo labour ci saranno più poliziotti per le strade.

“Annuncite” da elezione imminente o sincero ripensamento? Ad ogni modo, il terrorismo non è l’unico tema su cui si gioca la partita per il numero 10 di Dowining street. Secondo un sondaggio condotto da IPSOS MORI sulle preoccupazioni globali, i britannici sono particolarmente preoccupati dalla sanità (44%), dal terrorismo (32%), dalla questione del controllo dell’immigrazione (31%) – che pure era stato un hot topic nelle campagna del Leave – e, infine, da povertà e disuguaglianza sociale (26%).

Nonostante il clima decisamente poco sereno ci sono almeno tre motivi per cui le elezioni di domani sono politicamente interessanti.

In primo luogo, sarà interessante notare se il cleavage generazionale, emerso in occasione del voto sulla Brexit, sarà o meno confermato. Come fa notare John Curtice, del thinktank Whatukthinks.org: «Una volta la linea che divideva la Gran Bretagna era basata sulla classe sociale, i ricchi votavano tory e i poveri labour. Oggi non è così e la nuova linea divisoria si basa sull’età: più di due terzi della popolazione dai 18 ai 24 anni sta con il labour, mentre più di due terzi degli over 65 sta con i tory».

L’ipotesi del “parlamento appeso”, poi, potrebbe aprire scenari inaspettati. Questa si verifica nel caso in cui nessun partito politico ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Di conseguenza, il partito principale è chiamato a formare accordi di coalizione con partiti più piccoli se non vuole formare un governo di minoranza, eventualità che lo costringerebbe a porre la fiducia sulle proprie iniziative di governo. Secondo YouGov questa ipotesi si concretizzerebbe se i conservatori dovessero ottenere 310, a fronte di 257 ai labour, 50 allo SNP e 10 ai libDem. L’unico esempio di governo di coalizione nella politica britannica postbellica si è verificato nel 2010, quando i conservatori, avendo ottenuto solo una maggioranza relativa, formarono un governo di coalizione con i liberaldemocratici, con David Cameron come premier e Nick Clegg vice primo ministro.

Infine, l’elezione britannica interessa anche coloro che si trovano oltre la Manica: gli europei e, in primis, noi italiani. Dopo tutto, il timore che i tre milioni di europei che risiedono al momento in Gran Bretagna, di cui seicentomila italiani, possano diventare moneta di scambio tra Londra e Bruxelles sussiste.

Resta da vedere chi salverà la regina.

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