Lavorare gratis non deve essere una cosa naturale

Accenture Strategy, azienda che si occupa di monitorare tutto ciò che riguarda business e tecnologia, ha condotto uno studio sulla cosiddetta Generazione Z, cioè i nati tra il 1993 e 1999, indagando il loro approccio al lavoro, le loro aspettative di impiego e le tendenze delle loro scelte universitarie, per poi paragonare i dati raccolti con quelli della generazione precedente, cioè la Generazione Y, la cui data di nascita si situa tra il 1980 e il 1992.

Emergono molti dati interessanti e preoccupanti al contempo: la nuova generazione è più flessibile, ha maggiori capacità di utilizzare la tecnologia e lavorare nel mondo del digitale, è attenta al lato umano oltre che a quello economico nel valutare la qualità di un’azienda, e molto altro.

Emerge anche però che l’83% dei neolaureati è disposto ad accettare un tirocinio o una stage non retribuito.

Significa che otto giovani laureati su dieci lavorano gratis, con la sola speranza di essere assunti, di fare esperienza o, questo avviene soprattutto per i lavori creativi, in cambio di “visibilità”. Ma perché questo accade? Da una parte la flessibilità di questa generazione è diventata eccessiva: sembra che piuttosto che niente sia sempre meglio fare qualcosa e non hanno importanza né le ore di lavoro che fai, né le competenze che stai mettendo a disposizione dell’azienda e nemmeno le spese che quotidianamente sostieni per spostarti.

Si è arrivati al punto di sentirsi grati al datore quando viene proposto un salario: paradossale.

D’altra parte le aziende, sapendo che i giovani sono disposti a lavorare gratis perché la loro alternativa è restare a casa, continuano a proporre offerte di lavoro (se tali si possono definire) dove non è previsto nessun tipo di retribuzione. La flessibilità è solo una scusa. E la conseguenza peggiore, oltre a creare un mercato di sfruttamento, è la svalutazione delle competenze e del lavoro: non pagare qualcuno per il suo lavoro significa sostenere che la sua laurea e le sue competenze non valgono niente. Prestare la propria professionalità a titolo gratuito non può e non deve diventare una cosa “naturale”.
Quando vi dicono che il periodo di prova o il tirocinio potrebbero non essere pagati, non è vero: i tirocini devono essere pagati e ogni regione stabilisce il suo tetto minimo; solo gli stage curricolari possono non essere pagati, perché svolti durante l’anno accademico e perché danno diritto ai crediti formativi.

Inoltre, l’articolo 36 della Costituzione recita: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro».

Cosa fare, allora? Far valere i propri diritti e cercare di rifiutare certe condizioni, anche a costo di essere definito un “choosy”. A questo link trovate il report completo della ricerca condotta da Accenture Strategy.

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Sheila Khan
Una ragazza ansia e sapone. Aspetto Godot e qualche gioia, entrambi senza molte speranze.

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