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La Guerra dei sei giorni in realtà dura da 50 anni

Quella che per i palestinesi è la terza naqba, la catastrofe, per la storiografia israeliana è la gloriosa Guerra dei sei giorni, il conflitto che, come la creazione biblica, non ha occupato più di una settimana.

Scoppiata esattamente 50 anni fa, la guerra dei sei giorni è iniziata in modo del tutto singolare.

Tutto inizia il 14 maggio 1967, quando il segretario del partito comunista comunica – erroneamente – al rais egiziano Nasser che Israele ha ammassato truppe sul confine, nella Penisola del Sinai. Non sono ancora stati chiariti i motivi dell’azione dell’Unione Sovietica, che, di fatto, ha acceso la miccia del conflitto. Il leader egiziano, allora, decide di ammassare truppe sul confine, per prevenire ogni eventuale attacco. È il 19 maggio. Nei giorni successivi, inoltre, Nasser occupa gli stretti di Tiran, nel golfo di Aqaba, impedendone l’accesso alla navigazione sionista. Per lo stato d’Israele, questa è una chiara dichiarazione di guerra.

Preoccupato per le sorti del proprio Paese, la mattina del 5 giugno 1967 il premier Rabin dà ordine alle Idf (Israeli Defence Forces, NdR) di sorprendere l’aviazione egiziana: dei 420 velivoli, 268 vengono abbattuti nel giro di due raid aerei. L’Egitto è piegato. Contemporaneamente, parte l’avanzata di terra: l’esercito israeliano, ben più organizzato e militarmente più equipaggiato, conquista la Striscia di Gaza, lembo di terra da cui penetra nella Penisola del Sinai.

A partire dal 6 giugno, l’avanzata nel Sinai procede e le truppe israeliane conquistano numerose roccaforti egiziane. In preda al panico, il Comandante Supremo egiziano Amer ordina alle sue truppe di ritirarsi entro il Canale di Suez. L’attacco israeliano alle forze egiziane in ritirata è massiccio.

Il secondo giorno di conflitto vede anche l’attacco alla Giordania di re Hussein. Il monarca hashemita si vede privato della West Bank, o Cisgiordania, il territorio a est del Mar Morto estremamente ricco e  fertile. Anche in questo caso, i raid delle Idf sono micidiali.

Il 7 giugno è il giorno della conquista di Gerusalemme Est. I giordani ripiegano verso ovest, mentre gli israeliani penetrano nella Spianata delle Moschee, luogo sacro sia per l’Islam che per l’Ebraismo (dagli Accordi di Oslo, infatti, la parte superiore è di proprietà dei palestinesi, mentre il sottosuolo, dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone, è israeliano, NdR) spingendosi fino al Muro del Pianto.

L’8 giugno è il giorno più cruento sul fronte egiziano: durante la ritirata, le truppe egiziane vengono nuovamente sorprese dagli israeliani, che compiono una vera carneficina. Nello stesso giorno, si apre il fronte siriano: Israele avvia la conquista delle Alture del Golan, territorio ancora parzialmente occupato – insieme alle Fattorie Shebaa – e tuttora conteso fra Netanyahu e Assad.

Il 9 giugno arriva il primo cessate il fuoco. Giordania ed Egitto sono stremate, gli eserciti decimati e le popolazioni piegate. Il ministro israeliano, Moshe Dayan – anche a capo dell’esercito – decide di approfittare della situazione e dà il via all’offensiva sul Golan. Nemmeno l’aviazione siriana riesce a rispondere all’attacco sionista: insieme alle truppe di terra, già il giorno successivo si ritira verso Damasco.

Israele ha vinto. Il giorno successivo, 10 giugno, le ostilità cessano.

Da una parte, lo stato ebraico giubila; dall’altra, i tre paesi arabi si leccano le ferite. Con una superficie territoriale quadruplicata, Israele può ora entrare nel novero delle grandi potenze internazionali.

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Quello che rimane è uno stato sì accresciuto, ma parcellizzato al suo interno. Fin dalla sua nascita, il 14 maggio 1948, all’interno di Israele non ci sono mai state due zone distinte di colonizzazione israeliana e palestinese, ma piuttosto la distribuzione è sempre stata “a macchia di leopardo”.

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L’ONU non tarda a inserirsi nelle trattative per fare da paciere. Israele è disposto a cedere, o meglio, restituire, tutti i Territori Occupati (Striscia di Gaza, Penisola del Sinai e Alture del Golan) in cambio del riconoscimento della sua esistenza per quel principio che gli statisti chiamano “terra in cambio di pace”. Gli stati arabi, tuttavia, non sono disposti ad accettare l’esistenza dello stato d’Israele, che fin da subito avevano combattuto (il conflitto arabo-palestinese ha inizio la notte fra il 14 e 15 maggio 1948, il giorno dopo l’entrata in vigore della risoluzione n. 181 delle Nazioni Unite).

Ma la strada per la pace è ancora lunga. Nonostante l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina – di Yasser Arafat abbia riconosciuto l’esistenza dello Stato d’Israele durante gli Accordi di Oslo nel 1994, la Seconda Intifada (2000-2005) ha vanificato tutto. Il conflitto arabo-israeliano non si è ancora concluso. Le Alture del Golan, così come le Fattorie Shebaa, sono ancora sotto il controllo israeliano.

Il Libano – in guerra con Israele a partire dal 1978 – è ancora in lotta con lo stato sionista e le due principali organizzazioni terroristiche, Hamas e Hezbollah, non intendono cedere. La Striscia di Gaza è ancora un territorio caldo, in cui la tregua non accenna ad arrivare.

Il 31 dicembre 2014 il Consiglio delle Nazioni Unite aveva respinto la risoluzione, proposta dalla Giordania, di ritirare le truppe israeliane dai Territori palestinesi entro il 2017, con una ripresa delle trattative a partire dai confini del 1967 e l’equa spartizione di Gerusalemme.

Ad oggi, però, nessuna soluzione è stata trovata. Intanto però, sul fronte, palestinesi, israeliani, siriani, libanesi ed egiziani continuano a morire ogni giorno.

Elena Cirla on twitter
Studentessa di Lettere Moderne, classe 1994.
Amante dell'autunno, dei viaggi e del vino rosso.

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