La prima regola degli antibiotici

Una antica fiaba persiana dal titolo Tre prìncipi di Serendippo racconta di tre prìncipi che lungo il loro cammino trovano in modo casuale una serie di indizi, che li salvano in più di un’occasione, grazie anche allo spirito acuto e alla loro capacità di osservazione. Questa fiaba ispirò il neologismo “serendipità”, coniato per indicare scoperte avvenute per caso.  La ricerca scientifica è piena di esempi di serendipità, scoperte frutto del caso, ma ovviamente, anche della genialità di saper cogliere quello che, rispetto all’obiettivo fissato, è un fallimento.

Il più famoso caso di serendipità è la scoperta degli antibiotici. Alexander Fleming, nel 1928, dopo essere ritornato da una vacanza, trovò qualcosa di strano nelle sue colture batteriche. Una delle capsule presentava uno strano alone bianco all’interno del quale le colonie batteriche inoculate non crescevano. Era il prodotto di una muffa sfuggita alla disinfezione della capsula, che inibiva la crescita dei batteri. Fleming capì la potenzialità di questa scoperta e iniziò le ricerche che portarono alla produzione del primo antibiotico efficace contro numerosi batteri: la Penicillina, dal genere di fungo Penicillium che la produce.

Gli antibiotici sono una classe di antimicrobici come lo sono antisettici e disinfettanti. Sono un grande gruppo di molecole organiche che, a bassa concentrazione, esplicano attività antibatterica selettiva, ossia causano la morte o inibiscono la crescita dei batteri, senza danneggiare eccessivamente altri organismi non batterici. La proprietà che rende straordinari questi farmaci risiede nella selettività del loro meccanismo d’azione, generalmente dovuto al fatto che queste molecole interferiscono con processi essenziali per la cellula, proprietà che li distingue dai disinfettanti e dai germicidi.

Fin dalla loro introduzione gli antibiotici hanno così notevolmente ridotto le malattie e i decessi a vantaggio della salute umana e animale.

Tuttavia già Fleming, nel suo discorso alla cerimonia del Nobel, aveva avvertito che i microrganismi avrebbero potuto sviluppare resistenza alla Penicillina. Lo sviluppo della resistenza è un normale processo evolutivo. Normalmente, in una colonia di microbi sensibili a un certo farmaco, ne esistono alcuni che sono naturalmente resistenti. Quando l’antibiotico distrugge i batteri sensibili, quelli insensibili al farmaco cominciano a moltiplicarsi. Panche succedere che una resistenza si sviluppi in seguito a mutazioni del materiale genetico del batterio, oppure allo scambio dei geni che conferiscono la resistenza tra batteri.

Citando uno dei manuali di terapia medica: «La prima regola degli antibiotici è cercare di non usarli, la seconda è cercare di non usarne troppi» (The ICU Book, Paul L. Marino). Pur essendo un fenomeno naturale, la resistenza agli antibiotici è accelerata e aggravata da un uso scorretto di questi farmaci.

Uno dei principali fattori che contribuiscono alla resistenza è la pratica di trattare gli animali da allevamento con basse dosi di antibiotici per favorire la crescita ed evitare le malattie negli ambienti sovraffollati degli allevamenti intensivi. Dal 2006 la legislazione dell’UE sull’alimentazione animale vieta l’uso degli antibiotici per promuovere la crescita, ancora permessi negli Stati Uniti. 

Altra pratica considerata dannosa è l’abitudine di fare uso degli antibiotici anche per trattare infezioni virali, dove non hanno alcuna utilità. Contribuisce allo sviluppo delle resistenze batteriche anche prendere i farmaci in modo diverso dalle prescrizioni, a dosi inferiori o per un tempo differente da quello raccomandato. Secondo dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, quasi la metà degli italiani che, nel 2007, hanno assunto un antibiotico, lo ha fatto senza la prescrizione del medico.

Sotto accusa è poi anche la pratica di molti ospedali di prescrivere cicli di antibiotici a scopo preventivo. 

 Le infezioni resistenti agli antibiotici rappresentano un grande peso economico per i sistemi sanitari, gli ambulatori veterinari e la società in genere, con un ampio impatto sia sugli allevamenti che sulla sanità pubblica.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la resistenza agli antibiotici risulta essere, a livello globale, una questione che non può essere trascurata. Enti federali, come la Food and Drug Administration (FDA) e il National Institutes of Health (NIH), ma anche ONG, come Keep Antibiotics Working, interessate al tema, sono attive nell’esercitare pressioni per un miglioramento del contesto normativo. Tra le iniziative per fronteggiare il fenomeno vi è la ricerca di nuovi farmaci ai quali i batteri hanno minor resistenza. Si tratta di un campo che richiede forti investimenti, che le case farmaceutiche si sono mostrate riluttanti a fare, perché prevedono che dei nuovi antibiotici sarà scoraggiata la prescrizione su vasta scala al fine di ritardare lo sviluppo di farmaco-resistenze, un’eventualità considerata quasi inevitabile.

L’antibiotico-resistenza è un esempio di problema globale che non può essere risolto da un mondo di politiche nazionali né tantomeno da eventi di serendipità.

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Novella Gianfranceschi
Laureanda in biologia evoluzionistica, penso mentre cammino e cammino per pensare, così evito qualsiasi tipo di dualismo mente-corpo, filosofia e scienza.

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