La primavera delle magnolie: il ricordo di Falcone e Borsellino

Alessandra Busacca e Francesca Busacca (vicepresidente di Wikimafia); foto di Alessandra Busacca

Ogni anno, giovani e non, donne e uomini, si ritrovano ai piedi di una magnolia. Chi a Palermo, chi altrove. A Milano, per esempio, la magnolia è quella dei giardini di via Benedetto Marcello, intitolati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’albero è diventato il simbolo della lotta alla mafia, lo stesso che si trovava davanti alla casa di Falcone, assassinato nella strage di Capaci da Cosa Nostra il 23 maggio del 1992. Cinquantasette giorni dopo, Paolo Borsellino, viene ucciso in via d’Amelio, il 19 luglio 1992.  

A distanza di venticinque anni dalla sua morte, sempre a Milano, anche Casa della Memoria ha voluto commemorare il magistrato con un convegno, lo scorso mercoledì sera. L’incontro si è aperto con la proiezione di un’intervista a Fiammetta Borsellino. Le sue parole raccontano le vicende successive alla scomparsa del padre, parole che sottolineano a più riprese il percorso tortuoso per la ricerca della verità. Buchi neri, depistaggi, false testimonianze, l’agenda rossa misteriosamente scomparsa.

Terminata la visione del filmato, a rompere il silenzio è Guido Fogacci, uno degli esponenti della Scuola di formazione Antonino Caponnetto, seguito da Alessandra Galli, Antonio Girelli, Carlo Smuraglia e Nando dalla Chiesa. Di fronte a un pubblico così ricco di volti, tutti si sono positivamente stupiti, ribadendo quanto Milano sia una città viva e per nulla indifferente. Si ricorda il periodo degli anni ottanta, segnato da funerali in tutto il paese, dove i riflettori erano puntati soprattutto su Palermo, coperta di lapidi. E mentre Palermo rinasceva dalle sue ceneri, l’odore di bruciato si avvicinava a Milano.

Le preoccupazioni erano fondate. La mafia s’insidiò anche nei luoghi non tradizionali ricreando un controllo che oggi non è più solo territoriale ma anche psicologico.

Si legge il grave problema del consenso sociale in frasi come la mafia ci protegge o quello dell’omertà in la mafia al nord non esiste. Nel pomeriggio di mercoledì si sono sentiti due racconti: quello di Smuraglia, presidente dell’ANPI e avvocato, che si rifiutò di difendere gli “uomini d’onore”, ha riportato le sconfitte del pool antimafia e le responsabilità del Consiglio della Magistratura, sconfitte che egli ricorda come amare e dolorose, «ancor di più perché consumate all’alba». Il racconto di Dalla Chiesa si è soffermato invece sui semplici segni di riscatto di un popolo che si ribella, i segni della lotta contro la mafia: i lenzuoli bianchi che sventolano sui balconi, le magnolie in fiore. È da questa presa di coscienza che si deve ripartire.

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