“Giornalismo” sessista

Capita non raramente, navigando in rete o scorrendo la bacheca dei più famosi social network, di imbattersi in articoletti che propongono una serie di suggerimenti su come condurre un perfetto life-style. Quanti viaggi fare per potersi definire indipendenti, a che ora alzarsi dal letto perché la giornata sia produttiva, che tipo di body-language evitare per non rischiare di essere licenziati, quanti respiri fare appena svegli perché la tua giornata non sia stressful. Insomma, suggerimenti carini, che vanno dall’abbigliamento all’alimentazione passando per le abitudini, per aiutarti, chiunque tu sia, a dare un perfetto ordine alla tua vita.

Capita non raramente, però, che gli articoli di questo genere rivolti a un pubblico femminile trasudino un maschilismo tanto basso quanto estremamente esplicito.

A spiccare sono quelli che forniscono consigli su come fare carriera, come ad esempio una testimonianza pubblicata poche settimane fa sull’ Huffington Post, la quale riportava una serie di dichiarazioni di Eileen Carey, giovane amministratrice delegata di un’azienda della Silicon Valley. La giovane donna spiega come il suo successo lavorativo sia effettivamente stato una conseguenza di un cambio di look: una serie di accorgimenti sul suo outfit quali il cambio del colore di capelli e l’abbandono di capi di abbigliamento tipicamente femminili l’ha aiutata, dice, ad “essere presa sul serio”.

L’articolo, che non è una bufala né un fake, in quanto le dichiarazioni della donna appaiono anche sul sito del giornale BCC e sono state condivise da La Repubblica, stupisce non solo per la scarsa qualità e la indubbia discutibilità del contenuto — davvero è così? Veramente è normale che sia soprattutto il “cambio di look” a garantire il salto di carriera? — ma per il fatto che il cambiamento suggerito sia compiuto in direzione di un aspetto più maschile.

Sostituendo tacchi a spillo e gonne con tailleur, scarpe basse e occhiali da vista, scurendosi i capelli per guadagnare qualche anno in più e dimostrare più sicurezza, Eileen Carey sta semplicemente dimostrando — e senza la minima perplessità, bensì come se fosse cosa perfettamente nella norma — che nel mondo del lavoro se hai un aspetto maschile sei avvantaggiato, che se sei maschile raggiungi più facilmente posizioni di autorità, che se sei femminile invece dimostri debolezza, che più sei femminile e bella più c’è il rischio che si pensi che la posizione che occupi o che vorresti occupare sia immeritata; che se sei bionda e ben curata nell’aspetto è più facile che tu sia oggetto di avances e molestie da parte dei tuoi colleghi uomini, atteggiamenti, dice Eileen senza tanti problemi,  che nel suo ambiente “sono molto frequenti”.

In poche parole, il suggerimento di Eileen Carey per far fronte a un mondo del lavoro maschilista e superficiale — non è infatti indice di estrema superficialità il privilegiare l’aspetto alla competenza? — è semplicemente adeguarvisi. Se l’ambiente di lavoro è discriminatorio nei confronti delle donne, non è certo questo tipo di mentalità che deve cambiare, sono le donne che devono cambiare, assomigliando progressivamente agli uomini.

Questo è il messaggio che passa e che, in quanto promosso da chi occupa un ruolo così alto e così importante, rischia di essere molto influente e di trovare facilmente consenso e seguito. Ma soprattutto: il messaggio è promosso da una donna e ciò rischia di passare come qualcosa di collegabile all’empowerment femminista (come se il femminismo non fosse uno schema di pensiero da acquisire o rigettare ma un qualcosa che le donne, e solo le donne, possiedono di default).

Il femminismo antifrastico di cui è pervaso questo articolo è qualcosa di sconcertante. Eileen parla davvero come se avesse trovato la soluzione per superare le discriminazioni in ambito lavorativo e non solo, così come chi ha pubblicato e condiviso le sue dichiarazioni, semplicemente adattandovisi. Il sottotesto suona più o meno così: per essere finalmente accettata per quella che sei, donna, devi semplicemente smettere di esserlo secondo i tuoi canoni.
A fare da corollario a questo articolo e a contribuire a consolidare questo tipo di mentalità — o forse a dimostrare che questo tipo di mentalità è già ben consolidato— sono una serie di altri esempi simili che si possono trovare facilmente in rete.

Per esempio la sezione femminile di Repubblica ha pubblicato un articolo in cui viene proposta una linea di abiti perfetti per “fare carriera”, mentre il magazine Cosmopolitan mette in guardia le sue lettrici indicando da che frasi capire se non piacciono abbastanza al loro partner o quali sono i piccoli gesti che lui ama tanto. Ma è sufficiente cercare su Google in modo molto generico “suggerimenti per donne” e “suggerimenti per uomini” per notare una grossa differenza. Nel primo caso i risultati sono tutti rivolti a donne e consistono in consigli per soddisfare l’uomo, nel secondo caso… anche.
suggerimenti donne
suggerimenti uomini

Questi esempi dimostrano come un atteggiamento di necessaria e costante soddisfazione delle aspettative dell’uomo sia ormai qualcosa che sembra provenire dalle donne stesse, anzi, come qualcosa che paradossalmente siano loro stesse a scegliere, come unico modo per emergere. E dimostrano anche come sia facile trasmettere e far sedimentare un’idea estremamente pericolosa: che la donna non sia costretta a soddisfare l’uomo e ad assomigliargli ma che, nei fatti, sia lei stessa a mostrare di volerlo.

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