La logica della crisi in Corea del Nord

Giacomo Forges

Esiste una regola ferrea non scritta riguardo agli armamenti non convenzionali: questi, soprattutto le armi nucleari, esprimono il massimo del loro potenziale difensivo finché restano inutilizzati. Durate la guerra fredda, la capacità di deterrenza, derivante direttamente dal possesso di testate atomiche e di vettori in grado di trasportarle efficacemente e rapidamente nel territorio nemico, diede luogo ad una situazione di stallo nucleare, che consentì al conflitto di non concretizzarsi in determinati contesti territoriali.

Oggi, i regimi non democratici privi di armamenti nucleari sono caratterizzati da un basso livello di sicurezza e corrono costantemente il rischio di essere smantellati, come accadde nell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003 e nella Libia di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Esercitando, nel 2003, il recesso dal Trattato di Non Proliferazione del 1968, che impedisce di sviluppare armamenti nucleari a quegli Stati che non ne fossero già provvisti al momento della sua stipulazione, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) ha, di fatto, evitato che si concretizzassero invasioni militari sul proprio territorio.

Prendendo in considerazione una media del potenziale militare convenzionale che si stima sia a disposizione dei due Paesi che si affacciano sulla Zona Demilitarizzata Coreana (che in realtà, contrariamente a quanto suggerisce il nome, è probabilmente il luogo a più alta concentrazione militare al mondo) in prossimità del 38° parallelo, il rapporto si attesta attorno ad una sostanziale parità, forse con un leggero vantaggio terrestre per il regime di Pyongyang: 1.19 milioni di uomini per la Corea del Nord a fronte di 655 mila per la Corea del Sud, 2.414 mezzi corazzati contro 3.500, 21.100 pezzi di artiglieria a 11.000, 563 aerei a 571, 3 navi corazzate contro 20, 72 sottomarini a 23.

zona demilitarizzata

Se sui due piatti della bilancia si inseriscono anche le testate nucleari disponibili con i relativi vettori e le alleanze regionali, il divario diventa chiaramente incolmabile per il Paese di Kim Jong-Un.

La coalizione composta da Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti conta dell’impareggiabile supporto logistico fornito dalla prima marina militare al mondo di un Paese – gli Stati Uniti – che spende per la difesa, in termini assoluti, più di tutti gli altri attori internazionali messi assieme.

Secondo le ultime indiscrezioni, la Corea del Nord potrebbe aver miniaturizzato circa 60 ordigni nucleari da collocare, sotto forma di testata, presso diversi tipi di vettori. Tra questi ci sono i pochi vettori intercontinentali a sua disposizione, in grado di raggiungere ipoteticamente il territorio americano; i circa 200 vettori a medio raggio che potrebbero colpire la base statunitense di Guam e il Giappone, e infine i 600 missili balistici a corto raggio, in grado di raggiungere la Corea del Sud.

Il divario tra queste e le circa 9.000 testate atomiche a disposizione degli Stati Uniti (tra cui 2.000 immediatamente operative) resta indiscutibile.

Meno chiara appare, invece, la reale disponibilità da parte del governo di Washington a condurre un attacco preventivo contro il regime di Pyongyang.

A tal proposito, occorre considerare che il passare del tempo rende questa ipotesi sempre meno conveniente. Già oggi alcuni analisti non sembrerebbero pienamente convinti che gli Stati Uniti possano distruggere tutti gli armamenti nucleari nordcoreani attraverso un first strike, un primo attacco preventivo, seguito dall’invasione del territorio della RPDC volta a decapitare definitivamente il regime di Kim Jong-Un. Nel caso in cui non si fosse in grado di neutralizzare efficacemente tutto il potenziale nucleare nemico, un’azione unilaterale preventiva potrebbe presentare un costo notevole in termini di vite umane e pregiudicare l’appoggio della Comunità  internazionale. A livello locale, una Corea del Nord occupata dagli USA difficilmente sarebbe gradita ai cinesi, che non potrebbero più contare sulla presenza di un territorio che fungesse da camera di compensazione nei confronti di un solido alleato americano: la Corea del Sud. In questo contesto, un incremento di sanzioni mirate nei confronti dei settori chiave per lo sviluppo atomico e militare potrebbe contribuire a fermare, o quantomeno a rallentare, l’ampliamento dell’arsenale a disposizione della Corea del Nord. Se un’azione militare contro uno Stato dotato di Armi di Distruzione di Massa (ADM) si renderà  necessaria, sarà  meglio condurla nelle migliori condizioni possibili.

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