La primavera catalana

Un nuovo capitolo della tormentata lotta per l’indipendenza della Catalogna ha avuto inizio la mattina di martedì 20 settembre, quando la Guardia Civil fa irruzione in numerosi uffici del governo catalano e prende in custodia Josep Maria Jovè, braccio destro del vicepresidente catalano Junqueras, e altri 13 funzionari governativi, oltre a 10 milioni di schede elettorali e le liste degli elettori. Già dopo poche ore numerosi cittadini iniziano a radunarsi davanti agli uffici perquisiti fino ad arrivare a manifestare in migliaia fino a notte fonda. Le proteste hanno coinvolto non solo la città  di Barcellona ma anche le altre province catalane come quelle di Girona e Tarragona.

Le forze indipendentiste invitano da subito i lavoratori ad abbandonare i luoghi di lavoro e scendere in piazza a protestare. Uno dei politici più attivi è Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, il quale parla di “autoritarismo di Madrid” e accusa il governo centrale di aver “sospeso l’autonomia della Catalogna e dichiarato lo stato di emergenza”.

Il governo, a detta di Puigdemont, si sarebbe reso colpevole di un comportamento che viola le caratteristiche di uno Stato democratico, in quanto le azioni di polizia effettuate in giornata sarebbero riconducibili a un regime fascista.

Dura la replica del governo centrale che, oltre a dichiarare legittimi gli arresti, annulla le ferie degli agenti di polizia e della Guardia Civil al fine di garantire il non svolgimento del referendum.

Il referendum per l’indipendenza della Catalogna dovrebbe svolgersi il primo ottobre ma il condizionale è ormai d’obbligo. Il governo centrale lo condanna da tempo in quanto, come l’Italia, anche la Spagna è dotata di un articolo costituzionale (articolo 2) che assicura l’indivisibilità  dello Stato e, con l’articolo 8, legittima ogni mezzo per raggiungere quel fine.

In serata si sono svolte numerose manifestazioni in tutta la Spagna a sostegno della Catalogna, che rivendicano il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. Particolarmente interessante risulta la situazione a Madrid, dove a Plaza del Sol si sono svolte, contemporaneamente, due manifestazioni: una pro indipendentista e un’altra a favore della Spagna unita.

Anche se la Catalogna è una delle regioni spagnole che godono di maggiore autonomia in assoluto, il discorso politico dell’indipendenza nasce fin dagli anni Trenta, salvo poi essere accantonato con Franco e nei successivi trent’anni dalla sua morte per poi riprendere vigore negli anni 2000 con la rinascita di numerosi partiti locali a favore dell’indipendenza.

La domanda appare comunque lecita: perché la Spagna non permette l’indipendenza?

Ebbene, la risposta è molto semplice. Non è un mistero che la Spagna sia uno dei paesi europei che maggiormente sta soffrendo la crisi finanziaria (anche se è in ripresa), come non lo è il fatto che la Catalogna rientri nel novero dei “quattro motori d’Europa” insieme a Lombardia, Rhone-Alpes (Francia) e Land de Bad Wuretmeberg (Germania), rappresentando il 19% del Pil nazionale spagnolo. Ergo, il ragionamento che coinvolge i catalani è visibilmente quello tanto caro alla Lega Nord e ai sostenitori dell’indipendenza lombardo-veneta.

Per la Spagna la perdita della Catalogna sarebbe un danno economico profondissimo in un momento cruciale.

In realtà  anche in caso di secessione, la situazione non sarebbe rosea per la Catalogna. Secondo un’indagine dell’università di Saragozza, da uno scenario del genere risulterebbe in primis una gran perdita di posti di lavoro per entrambe le parti, successivamente l’economia catalana risentirebbe delle mancate entrate dell’economia spagnola che finirebbe inevitabilmente per boicottare le esportazioni della regione. La Catalogna perderebbe quindi il 30% del Pil. Non ultimo il nodo relativo all’UE: non è infatti automatico che una nuova entità statale appartenuta ad uno Stato membri venga ammessa all’interno dell’Unione. Affinché questo accada, sono necessari i voti favorevoli di tutti i membri, Spagna compresa. Considerando che molti di essi sono alle prese con situazioni simili a quella spagnola, è prevedibile che non facciano di l’autogol di riconoscere uno Stato nato dalla scissione con un altro.

Per cercare di sanare la situazione il governo di Madrid è corso ai ripari, nella mattinata di venerdì il ministro dell’economia De Guindos si è  detto favorevole a una revisione degli accordi con la regione in cambio dello stop a referendum e proteste. Queste revisioni, già  proposte nel 2012, non erano state prese in considerazione per il difficile momento economico spagnolo, ma ora potrebbe portare a una maggiore autonomia economica e a maggiore denaro fruibile nella regione, aggiungendo che ogni intervento andrà  effettuato nella cornice della Costituzione e che quindi la Catalogna non ha alcuna possibilità  di diventare indipendente.

Sabato mattina, invece, il governo ha disposto il passaggio del controllo della polizia regionale catalana, i Mossos d’Esquadra, dalla Generalitat al Ministero dell’Interno spagnolo, rientrando nel corpo di polizia che il primo ottobre si occuperà  di impedire la celebrazione del referendum. Con una dichiarazione ufficiale, però, il consigliere per gli affari interni della Generalitat de Catalunya, Joaquim Form, ha affermato che i Mossos d’Esquadra non accetteranno di essere comandati dal governo di Madrid e che la decisione è stata già comunicata al comandante dei Mossos.

La situazione rimane quindi ancora incerta e tesa, Puigdemont conferma che il referendum sarà  più difficile da fare, per il sequestro di schede e liste elettorali, ma si farà  comunque, non resta che aspettare l’evolversi della situazione e la fatidica data del primo ottobre.

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