La verità fa male e Aung San Suu Kyi lo sa

Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha rotto il silenzio sui Rohingya. Nel suo discorso di martedì, la leader birmana ha condannato gli abusi sulla minoranza musulmana, così come tutte le violazioni sui diritti umani, senza però ammettere le effettive implicazioni dell’esercito nel programma di pulizia etnica.

Nel frattempo, centinaia di villaggi sono stati bruciati e, secondo le stime, da agosto più di 400mila Rohingya sono emigrati in Bangladesh. Il primo ministro bengalese, Sheikh Hasina, ha esortato il Myanmar a “riammettere i centinaia di Rohingya arrivati nel nostro paese”.

Intanto, molti altri leader internazionali si sono esposti e hanno commentato l’accaduto. Il presidente francese Macron ha affermato che “le operazioni militari devono finire, gli aiuti umanitari devono essere assicurati e i diritti ristabiliti perché questa é, e tutti lo sappiamo, pulizia etnica”.

“La comunità  internazionale non può restare in silenzio”, ha aggiunto il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, che ha equiparato la tragedia dei Rohingya al genocidio in Rwanda del 1994 e al conflitto in Bosnia del 1995.

Dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha richiamato la necessità di “mettere fine alle operazioni militari per permettere aiuti umanitari senza restrizione alcuna”.

Amnesty International, che si batte da anni per il riconoscimento della causa, ha dato il via ad una campagna di informazione chiamata Stop the ethnic cleansing in Myanmar. Confermando i numeri spaventosamente alti di sfollati – 412mila dal 25 agosto – Amnesty aggiunge un dettaglio agghiacciante:

l’ 80% dei richiedenti asilo sono donne e bambini.

Nel comunicato stampa aggiunge che non solo le forze di sicurezza usano la violenza contro i Rohingya, ma spesso avvengono delle vere e proprie esecuzioni random.

“Siamo pronti a cominciare la verifica”, ha detto Aung San Suu Kyi dalla capitale Naypyidaw, senza tuttavia precisare i criteri d’azione.

In 15 delle 17 comunità dello stato di Rakhine, intanto, migliaia di nazionalisti buddisti hanno sfilato al grido di “i Bengali devono essere chiamati Bengali”. Il 17 giugno scorso, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite aveva proposto di rinominare i Rohingya “comunità  musulmana dello stato di Arakan (o Rakhine)”, decisione che avrebbe aiutato il livellamento delle differenze etniche. Ma non avevano fatto i conti con la comunità  buddista, molto meno pacifista del previsto.

 

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Elena Cirla
Studentessa di Lettere Moderne, classe 1994.
Amante dell'autunno, dei viaggi e del vino rosso.

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