Aborto o pillola? Una triste storia raccontata dall’Espresso

Nel pieno del boom economico degli anni ’60 qual era l’opinione maggioritaria degli italiani sull’aborto ed i metodi contraccettivi? L’Espresso ebbe l’audacia di tracciare sulle proprie pagine inchieste e articoli che affrontavano questi annosi dibattiti. (Per ulteriori approfondimenti si possono consultare i microfilmati del marzo 1966, conservati nella biblioteca Sormani di Milano).

Nella società le rigide tradizioni, specie in ambito familiare, si contrapponevano alle lotte studentesche; dalle pagine dei manuali e riviste del periodo le donne emergono sorridenti, impeccabili ed entro un prototipo familiare ben delineato.

Il settimanale ebbe  il merito di squarciare questo velo di apparente gioia domestica per far emergere una silenziosa tragedia, che avveniva quotidianamente tra le vie centrali di Milano.

Inizialmente inquadrò l’intero genere in maniera diversa dal solito: si diede infatti voce alle donne che, in anonimato, scrivevano lunghe lettere alla posta di settimanali femminili, libere di poter esprimere ciò che sentivano. Queste storie parlavano maggiormente di solitudine ed infelicità interiore. Chi era nubile desiderava spesso una famiglia, quelle che l’avevano lamentavano di non trovare tempo per se stesse, rimpiangendo spesso la scelta di vita fatta. I drammi di queste donne erano molto più profondi di quanto possa credere in un primo momento: queste scrittrici potevano probabilmente coincidere con le donne descritte nell’articolo “Oggi mia madre mi ha assassinato” della giornalista Camilla Cederna. Qui si apprende che più di 50 mila donne milanesi, e delle province annesse, ricorrevano ogni mese alla pratica dell’aborto per un totale di 800 mila l’anno.

Un primo importante dato che trapela da questa lettura è proprio il seguente: alla possibilità di assumere un contraccettivo orale come la pillola, le donne italiane preferivano in via largamente maggioritaria la scelta dell’aborto.
Questo secondo metodo, d’altro canto, non era ben visto dalla società e dagli organi ospedalieri, che rifiutavano nella maggioranza dei casi persino l’aborto terapeutico. La maggior parte dei dottori (soprannominati significativamente “grattatori”) che si prestavano alla pratica lavoravano così nell’anonimato, e senza avviare intricate pratiche burocratiche, che avrebbero potuto crear problemi a se stessi e alle loro pazienti. Questa pratica, che avveniva di nascosto, era generalmente riportata come aborto spontaneo, ma si era invece consapevoli che poteva non essere vero. Questa bugia veniva infatti pronunciata dall’ 80% circa di queste donne che si trovava in questa situazione, semplicemente perché non avrebbero potuto fare diversamente.

Un secondo dato importante che trapela dalla lettura di questi scritti è che la maggior parte delle pazienti bisognose di questo trattamento apparteneva generalmente a tutte le fasce d’età, ma soprattutto a tutti gli strati sociali: ad andare dal “grattatore” erano dunque studentesse, donne sposate, ma anche alla soglia della menopausa. Casi che andavano a sommarsi a quelli di ragazze che si trovavano nelle strutture ospedaliere con l’angoscia che, senza l’aborto, sarebbero immediatamente cadute in disonore perché non sposate o perché avevano avuto un rapporto illecito agli occhi della morale comune, che aveva riservato loro l’amara sorpresa. Molte di queste donne, si sottolinea, ricorrevano a questa possibilità anche per più volte durante il corso della propria vita, ignorando certamente tutti i rischi che questa scelta arrecava in primis, alla loro salute.

L’Espresso documenta nell’inchiesta anche l’intervento di singole voci mediche, che già allora erano volte a sostenere la necessità di una corretta informazione nell’ambito sanitario, con la consapevolezza che si doveva porre fine immediata a questo drammatico fenomeno. Perché questa soluzione andasse in porto, questi medici credevano che dovessero essere lo stato e la chiesa a prendere per primi l’iniziativa.

Soluzioni che appaiono ora chiare e ragionevoli, non lo era certo allora. Dalla lettura dell’articolo “La pillola di stato” si apprende di un Concilio Vaticano che dibatteva da tempo sulla questione. Questa titubanza da parte degli ambienti religiosi può spiegare l’iniziale atteggiamento di reticenza da parte delle donne nell’usare il citato contraccettivo. L’ambiente politico della DC non era poi da meno nell’orientare le donne verso una malcelata diffidenza verso questa possibilità ed in generale nell’intraprendere l’argomento stesso. Si può allora capire la drammaticità di questa scelta da parte delle donne, che preferivano avvalersi del metodo invasivo, che le devastava fisicamente e psicologicamente, che lasciava cicatrici sul loro corpo e che portava molte di loro alla morte.

Sulla pillola, poi, circolavano tanti dubbi quante superstizioni: non era raro che alcune credessero che tale farmaco le avrebbe fatte ammalare di cancro, e vi era poi la difficoltà dell’affrontare la questione con il proprio coniuge e la convinzione che, se per una volta non la si fosse assunta, sarebbero immediatamente nati dei bambini.

Si apprende che negli anni in cui era in atto questo dibattito vi erano al mondo, 19 milioni di donne che usavano abitualmente la pillola. Gli Stati Uniti erano il paese maggior produttore del farmaco. In Europa veniva venduta in Austria, Inghilterra e nelle due Germanie. Era invece proibita in Spagna, Irlanda e Portogallo.

Si tratta, insomma, di un tema problematico che, purtroppo, come si evince dai drammatici casi di cronaca attuale, nel nostro paese non è stato ancora risolto pacificamente, ma anzi, continua a lasciare grosse ed inguaribili cicatrici nel corpo e nell’anima delle donne.

Greta Fossati
Laureanda in Beni Culturali e tata part-time. Penso ai temi degli articoli mentre preparo torte ed improbabili frullati Detox. Da grande mi piacerebbe girare per il mondo e scrivere reportage.

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