El Bar. Una lotta per la sopravvivenza

Maria Marcellino

Come ci comporteremmo se ci trovassimo a lottare per la sopravvivenza insieme a dei perfetti sconosciuti? Ci aiuteremmo gli uni con gli altri o cercheremmo di sopraffarci? È questo uno dei temi affrontati nel film El Bar, diretto da Álex de la Iglesia e da poco su Netflix.

Madrid, un bar qualunque in un giorno qualsiasi.
C’è chi si trova lì per abitudine, chi per caso, chi per il vizio delle slot machine e chi, invece, ci lavora. La mattina scorre tranquilla tra chiacchiericci e tintinnii di tazzine, quando, all’improvviso, un uomo viene freddato appena fuori dalla porta a vetri del locale.
Nessuno dall’esterno interviene in suo soccorso, l’intera città appare d’un tratto deserta. Terrorizzati e isolati dal resto del mondo, gli abitanti del bar si rendono presto conto che la stessa sorte dell’uomo ucciso tocca a chiunque tenti di abbandonare il locale.
Comincia così il viaggio dei protagonisti in un tunnel di ansie, paranoie, ipotesi improbabili e accuse reciproche. Chi è l’assassino? Si nasconde tra di loro o si tratta di qualcuno che li sta osservando da fuori?

Un film attuale, che affronta le paure e le isterie popolari a seguito degli attentati terroristici o di presunte epidemie.

Ogni stranezza, uno zaino nascosto o una barba un po’ troppo lunga, diventa un indizio per individuare il potenziale terrorista. Ma anche cose normalissime divengono d’un tratto sospettose e pericolose. In preda alla psicosi i protagonisti si scagliano l’uno contro l’altro, congetturano, collaborano, si annusano diffidenti, ora compagni, ora acerrimi nemici.
Gli avvenimenti sono intervallati dalla voce di Israel, il senzatetto dai folli occhi vermigli, che sporadicamente recita i passi dell’Apocallisse, compiaciuto dal fatto che di fronte alla paura della morte le disuguaglianze sociali sembrino finalmente scomparse. Le parole dell’uomo vengono spesso ignorate dagli altri, che le cacciano via come mosche, ma talvolta vengono temute e ascoltate in religioso silenzio, come oscure profezie.
Sono proprio i commenti inopportuni e indesiderati di Israel ad accentuare lo humor nero che attraversa la pellicola, evidente non soltanto nei dialoghi, ma anche nell’ enfatizzazione delle inquadrature e nelle espressioni dei personaggi. Questa strana ironia smorza il tono drammatico, a tal punto che il regista sembra prendersi gioco della paura e delle vite dei personaggi.
Inoltre, la leggera vena di sarcasmo sempre presente sullo sfondo intensifica la riflessione del film sulla natura dell’uomo e sulla sua perdita di umanità in nome del principio di sopravvivenza.
Infatti, mano a mano, i protagonisti scoprono i lati più oscuri e migliori di loro stessi e degli altri, quei lati che non conosciamo, perché nella vita di tutti i giorni rimangono inesplorati. Una riflessione di certo non nuova, che riecheggia anche in una poesia della celebre Wislawa Szymborska:

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

Commenta