Perché gli studenti protestano contro l’alternanza scuola-lavoro

Ieri, venerdì 13 ottobre gli studenti delle scuole superiori hanno aderito allo sciopero nazionale convocato da Unione degli Studenti, Rete degli studenti medi e Link. In 50 città italiane sono state organizzate manifestazioni per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro, una norma inserita nella “Buona Scuola”, ossia quel pacchetto di riforme voluto nel 2015 da Matteo Renzi, al tempo Presidente del Consiglio, e Stefania Giannini, ex Ministra dell’Istruzione. A Milano, il corteo è partito alle 9.30 da Largo Cairoli e durante il suo dispiegamento si sono visti alcuni episodi rilevanti, tra i qualo il lancio di uova e vernice contro la sede di piazza XIV maggio di McDonald’s e la Camera di Commercio, ma non si sono verificati gravi disordini e violenze.

Per far fronte alla preoccupante crescita della disoccupazione giovanile, l’alternanza era stata pensata “al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti”, come si legge sulla Gazzetta Ufficiale. Da qui l’idea di introdurre anche nei licei, e non più solo negli istituti tecnici e professionali,  l’obbligatorietà di svolgere 200 ore – che nei secondi ammontano a 400 – di stage formativo non retribuito a partire dal terzo anno, pena l’esclusione dall’Esame di Stato.

Sulla carta, la norma non è irragionevole: gli studenti, infatti, protestano più per una sua corretta applicazione che per la sua diretta eliminazione, perché permetterebbe a giovani non ancora diplomati di entrare in contatto con ambienti lavorativi in linea con i loro percorso di studi e di applicare ciò che hanno imparato sui banchi di scuola. In alcuni casi, però, si è trasformata nell’occasione per aziende ed enti pubblici in accordo con il Miur di sfruttare studenti, sottoponendoli a mansioni che nulla hanno a che vedere con la loro formazione e che dovrebbero essere invece destinate a dipendenti pagati. Già a marzo, infatti, la sezione pugliese dell’Unione degli Studenti aveva denunciato che ad alcuni stagisti era stata assegnata la pulizia dei bagni o il volantinaggio. E ancora più eclatante è il caso di McDonald’s a cui sono cascati tra le braccia 10 mila studenti da impiegare per pulire i tavoli e servire panini, il tutto senza sborsare un euro e in nome della loro formazione.

Due manifestanti del corteo di Milano, Greta e Sofia, a breve cominceranno le loro ore obbligatorie di alternanza. Non sanno ancora con esattezza quali saranno le loro mansioni, forse allestire un teatro, ma per poter essere inserite nel progetto hanno dovuto pagare 30 euro. Il motivo non è chiaro. Una studentessa del liceo artistico Boccioni è stata incaricata di ridipingere la sua scuola in orario extrascolastico. Oltre al danno la beffa. Alcune studentesse, questa volta del liceo classico Virgilio, invece, ci dicono:

Noi del Virgilio, del Pascal o comunque delle scuole centrali di Milano siamo anche più fortunati perché abbiamo più possibilità di fare certi percorsi (più coerenti e stimolanti, ndr), il problema sono quelle scuole lasciate abbandonate a loro stesse, che non hanno fondi.

In racconto di un’esperienza meno formativa viene, infatti, da Monza dove una ragazza frequenta il classico ed è “andata in uno studio di avvocati a fare fotocopie e buttare la carta”.

Di certo non assomiglia al modello che spiegava Renzi nel suo video nel quale sosteneva che “l’alternanza scuola-lavoro funziona in Germania e in Svizzera”. Peccato che né in Germania né in Svizzera esista l’alternanza scuola-lavoro. O meglio, esiste, ma non come è descritta nella legge 107. Nei due paesi citati, infatti, solo i ragazzi che frequentano istituti equiparabili a quelli tecnici e professionali italiani hanno un contratto da tirocinanti e sono quindi stipendiati – con tutta la gavetta e le fotocopie del caso.

Niente a che vedere con il modello tedesco e svizzero: da noi lo studente si accolla la gavetta e le fotocopie, non è pagato, non ne ricava nulla in formazione.

L’unica a beneficiarne è l’azienda convenzionata, con anche il beneplacito del Ministero dell’Istruzione, che per ora ha solo annunciato l’introduzione di una Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza.

La principale delle polemiche sull’alternanza scuola-lavoro si fonda, dunque, su un argomento, che dovrebbe essere dato per scontato, ma che invece ha avuto bisogno di essere ricordato a gran voce dai liceali: il lavoro va pagato sempre”. Ed è facile quindi trasportare la vicenda al mondo universitario dove gli stage non sono mai pagati, o ancora peggio a quello post-universitario nel quale è ormai una pratica comune offrire lavori senza compenso. Ad esempio, a chi vorrebbe guadagnarsi da vivere scrivendo capita spesso di avere come unica retribuzione una qualche fantomatica “gloria della pubblicazione” o visibilità che, infine, si accetta pur di far ingrassare di un poco il curriculum. Se il lavoro gratuito fosse stato contestato in primis da questi ambienti, allora, non sarebbe stato normalizzato e, forse, nemmeno sarebbe stato proposto a dei ragazzi delle superiori, che invece proprio ieri si sono battuti per riprendersi il loro tempo.

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