“Questa terra” di Luca Ottolenghi. Intervista ad un ex vulcaniano

Luca Ottolenghi è un ex redattore di Vulcano, oggi giornalista. Ha scritto Questa terra, un romanzo picaresco, generazionale e storico che intreccia Resistenza, Anni di Piombo e G8 di Genova 2001, il tutto ambientato in montagna e nella natura selvaggia. Ha vinto il concorso indetto dal Ministero dei Beni Culturali e dalla SIAE, chiamato S’Illumina, che stanziava fondi per le opere inedite under 35; il romanzo è arrivato tra i primi 5 premiati in tutta Italia ed è stato pubblicato quest’anno da Iemme Edizioni. Ieri lo ha presentato alla libreria Colibrì, insieme ai collaboratori della rivista culturale La Balena Bianca, con i quali collabora ogni tanto. Ne abbiamo aprofittato per conoscerlo e fargli qualche domanda.

L’intervista è stata editata per brevità e chiarezza

Ciao Luca, siamo molto felici di vedere un lontano collega raggiungere un traguardo così importante. Il tuo avvicinamento alla scrittura comincia in effetti con il giornalismo, in particolare con il giornalismo universitario. Vuoi parlarci della tua esperienza a Vulcano?

Volentieri! Per noi, era un modo di inserirci costruttivamente in università e riuscire a dare voce agli studenti. La situazione dei giornali accademici prima di noi era un po’ fiacca. All’epoca poi era tutto diverso: Vulcano era cartaceo e veniva distribuito per i corridoi, tra un quarto d’ora accademico e un altro. L’avvento del digitale ha cambiato tutto radicalmente. Poi dopo Vulcano, ho avuto la fortuna di collaborare con il giornale di Novara, a livello locale, e da lì sono diventato pubblicista. Chiaramente, però, non potevo più scrivere davvero quello che volevo e pensavo. Vulcano ha avuto questo grande merito: di farmi sentire parte di qualcosa di più complesso e libero. I primi articoli erano sull’11 settembre, sulla guerra in Iraq e Afghanistan e accendere un dibattito su questi temi in una delle università più importanti di Italia per noi era fondamentale.

Questa esperienza come ha contribuito alla tua crescita professionale?

Ho ricevuto richieste di collaborazione, dopo aver detto che scrivevo per un giornale universitario. Da lì ho lavorato con varie riviste, Rolling Stones, il Sole 24 ore, e sono poi diventato un professionista. Ma è stata veramente formativa l’esperienza a Vulcano: creare una comunità di studenti, mettere su carta quello che nasceva dai dibattiti… eravamo ben lontani dalle logiche degli scribacchini a pagamento, scrivevamo perché sentivamo un’esigenza di espressione.

Anche perché allora, come oggi, l’università non doveva offrire molte occasioni di scrittura, anche in una facoltà come Lettere (il che ha del paradossale).

Esatto. Il poter esprimere le nostre idee anche a voce, peraltro, raramente poteva concretizzarsi a lezione. Pensate che ad un certo punto venivo a Milano solo per le riunioni di Vulcano. Ho anche smesso di frequentare, non mi sono mai nemmeno laureato…

L’esperienza universitaria quindi ti ha deluso?

Sarò estremamente onesto: l’università da studente la odiavo. Ha giocato a mio sfavore anche essere stato uno studente non frequentante e lavoratore, pendolare da Novara. Per me l’esigenza di scrivere era la più forte di tutte: mi sono concentrato solo su quello e sullo studio, ma secondo i miei ritmi e per i fatti miei. A vent’anni l’idea di stare chiuso tutto il giorno in un’aula mi stava stretta. Più che l’esperienza universitaria in sè mi ha formato confrontarmi con l’ambiente professionale di Milano, che è la capitale della cultura e dell’editoria in Italia. Conoscevo scrittori, li intervistavo, mi confrontavo. Per il resto avevo sete di avventure e di vivere la vita e nei libri di testo e nei professori non sono riuscito a trovarla. L‘unico professore che davvero apprezzavo era Gianni Turchetta, insegnava letteratura e cultura dell’Italia contemporaneta. Era l’unico che ci aveva dato da leggere degli autori che rispecchiavano il magma interiore dei miei vent’anni. Molti romanzi che ho letto allora poi li ho ripresi nel mio libro.
Ma sono stato un autodidatta. Molti testi universitari li ho snobbati. Se fossi stato uno studente migliore avrei costruito dei contenuti meno forse ingenui, ecco mi muovo questa autocritica. Forse avrei dovuto prendere quella benedetta triennale. Però c’è da dire che gli autori che più stimavo e nei quali mi riconoscevo non erano laureati (ad esempio Michele Serra).

In effetti il tuo romanzo ha una lunga gestazione, che comincia proprio dagli anni universitari, per poi protrarsi nel tempo. Dieci anni di lavoro sono molti, soprattutto in un contesto editoriale intasato da libri scritti in maniera raffazzonata e approssimativa. Pensi che questo tuo approccio meditativo sia dovuto al filone storico o che sia più una tua cifra stilistica?

Più la seconda, direi. Non sono uno alla Kerouac, che scrive di getto e non ho mai creduto al mito dell’ispirazione pura. Per me la scrittura è esercizio quotidiano che ho cominciato quando avevo, appunto, vent’anni. Per un periodo, in quegli anni, mi sono isolato in montagna, ho cominciato a scrivere dei racconti di ambientazione montana, spesso mi venivano a trovare amici, anche loro scrittori. Da quei racconti ho poi costruito, nel tempo, il mio romanzo.
(Veniamo interrotti da un bambino entusiasta: “Luca…Luca voglio sentire il libro!”, NdR). Scusate, è il figlio di una mia cara amica, che è stata anche redattrice di Vulcano. Pensate che una volta, mentre scrivevo il libro, mi ha posto questa domanda: se un giorno tuo figlio, a 18 anni, ti dicesse che vuole cambiare il mondo, cosa gli diresti? E io le ho risposto: gli direi di farlo studiando, ma studiando la vita. Questo per me è stato fondamentale.

Questa terra, romanzo di Luca Ottolenghi, a fianco di alcuni dei primi numeri di Vulcano.

Però, evidentemente, se hai scritto questo romanzo è anche perché non ti sei nutrito solo di esperienze concrete e dirette ma anche di letteratura e di storia contemporanea, che hai studiato e letto molto seriamente.

Certo. Però il mio approccio non è mai stato accademico. Ho fatto tesoro delle poche lezioni universitarie che ho ascoltato, ma per il resto, come ho detto prima, mi è servito conoscere gente sul campo, conoscere le cose per conto mio e con i miei ritmi.

Entriamo nel vivo del tuo romanzo: Questa terra copre un arco temporale che interessa gli anni della Resistenza, gli Anni di piombo e il G8 di Genova; tutti periodi o eventi accomunati da un forte afflato antifascista. Di antifascismo e apologia del fascismo si è molto dibattuto anche in questi mesi. Se dovessi confrontare ciò che è stato l’Antifascismo di allora con quello che è oggi cosa diresti?

Questa domanda richiede un risposta molto lunga (ride). Posso risponderti dicendo cosa è stato l’Antifascismo per me. A Novara sono stato molto attivo nei centri sociali. Andavamo in manifestazione, staccavamo gli adesivi di Forza Nuova, cancellavamo le scritte dai muri, organizzavamo concerti. Per me l’Antifascismo era promuovere una cultura underground opposta ai modelli culturali dominanti. E poi promuovere questa cultura contrapposta alla voce dominante attraverso la scrittura. In effetti, ho militato principalmente nella scrittura, che è stata l’attività più costante della mia vita. Col tempo però ho abbandonato tutti i clichés dell’essere un bravo antifascista, che cominciavano a starmi stretti.
I miei compagni di allora sono rimasti cristallizzati, non si confrontano nemmeno ora con chi non la pensa come loro. Pensano ancora quello che pensavano dieci anni fa, cioè che se non vai in manifestazione sei un coglione, se non ti vesti in certo un modo sei un coglione. Francamente trovo tutto questo molto autoreferenziale. Si è sfociati nel settarismo e da quel settarismo io mi sono distaccato. Come essere antifascisti oggi, è forse una domanda che dovei fare io a voi…

In realtà noi pensiamo che oggi ci sia un forte atteggiamento di depoliticizzazione tra i giovani e un timore di essere accostati a idee “forti” come quella antifascista, fatta eccezione per determinati gruppi.

Anche all’epoca in realtà era così, e io facevo parte di quei pochi. E ora, come allora, esigo che si prenda una posizione, posizione che però ha superato certe dialettiche antitetiche, perché io non mi sento dogmatico e cerco sempre un dialogo. Il clima culturale che si respira in certi ambienti culturali, in Italia, è però davvero di fascismo rosso. Ed è necessario affermare anche la sua esistenza, a fianco di quello nero, e prenderne le distanze.

In generale, però, non temi che il tuo libro possa essere letto come una sorta di apologia cieca dell’antifascismo (e del brigatismo)?

No. Il mio intento è quello di parlare in maniera molto lucida e poco ideologica di quegli anni. Soprattutto perché il mito che abbiamo degli anni Settanta, e la narrazione che abbiamo subìto, sono univoci. Già l’etichetta Anni di piombo, ad esempio, è stata mutuata da un film tedesco e non c’entra nulla con la realtà dei fatti di allora, perché non sono stati solo violenze, lotta armata e terrorismo. Io volevo mitigare la prospettiva con la quale guardiamo a quel passato. Sicuramente condanno la violenza delle Brigate Rosse, ma senza dimenticare il segmento di terrorismo nero, del tutto ignorato ancora oggi, e riesumato da autori sono a inizio millennio. La violenza “di sinistra”, infatti, è iniziata solo a metà anni Settanta. Prima ci sono state le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il golpe borghese: tutto un insieme di attentati “neri”. Azioni che oggi si tende ancora, e ingiustamente, ad attribuire al terrorismo rosso. Quando dico queste cose vengo accusato di complottismo, ma questa è una critica che proprio non tollero. Uno, perché il nostro paese ci ha abituato ad un clima culturale di sospetto e omertà; e due, perché non è che “so ma non ho le prove”, come diceva Pasolini. Le prove esistono, i processi sono stati fatti. Si tratta solo di recuperare la documentazione.

Una critica che ci ha lasciato molto perplessi è stata l’accusa di aver scelto un tema centrale “di destra”, cioè quello del ritorno alla terra e alla natura. Uno dei capisaldi di questo genere è, ad esempio, Walden di Thoreau, che ha dato il via all’ecologia (un tema che non accosterei alla destra), un altro è Il richiamo della foresta di Jack London. Il primo ha scritto anche Disobbedienza civile, il secondo Rivoluzione e La vita secondo me, tutti testi che palesano in realtà un atteggiamento rivoluzionario.

Francamente è una critica che comprendo poco anche io. Tradisce uno schema culturale datato, per il quale parlare di natura significa esaltare in mito della purezza, delle origini, dell’uomo forte che riesce a domarla. Anche un mio amico ambientalista ha ricevuto gli stessi rimproveri, perché mantenere la natura così come è, a quanto pare, un atteggiamento conservatore…

Però a noi sembra una stroncatura basata più su una metafora che su un effettivo stato di cose, sia nella storia letteraria che nel tuo romanzo.

La penso come voi. Diventa sterile incasellare tutto nelle categorie à la Gaber. Il mio romanzo però, lo si capisce chiaramente, parte da temi fortemente di sinistra ma finisce proprio con una domanda, cioè se abbia ancora senso rimanere ancorati a questa tradizione novecentesca di grandi schieramenti, del tipo DC e PCI, che, come ho detto anche nella presentazione, erano di fatto due grandi chiese che imponevano i loro dogmi.

Un’ultima domanda: che consiglio daresti oggi a chi vuole fare della scrittura un mestiere?

La mia indole fortemente anarchica mi porta ad odiare fortemente chi vuole darmi dei consigli rigidi. Se ho scritto questo libro è proprio perché non ho seguito i consigli di nessuno. Quindi direi questo: non seguire i consigli di nessuno, se non di te stesso. Mio zio e tanti adulti, molto paternalisticamente, mi dicevano di non ripetere i loro errori. Io però non vorrei mai riproporre questa menata ad un ragazzino. Un tempo ho avuto l’onore di intervistare Fernanda Pivano, che peraltro ha incoraggiato, anzi praticamente obbligato, la stesura del mio romanzo. Mi disse: tu che hai 19 anni, pensa a quanto tempo hai ancora per sbagliare! E, in effetti, in questi anni ho sbagliato parecchio, però non ho rimpianti. E ora sono qui a promuovere il mio libro e sto lavorando al seguito, perché ci sarà un seguito. Fa tutto parte di un progetto articolato in una trilogia…

Speriamo allora di intervistarti anche le prossime volte, grazie Luca.
Grazie a voi e a presto.

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Lucia De Angelis
Mi entusiasmano le sfide, i filosofi greci, le persone intelligenti e il buon cibo.
Enrico Bozzi
Social Media Manager, studente di Scienze Umanistiche per la Comunicazione, apprendista stregone, aggiustatutto, tuttofare. Mi piace bere Negroni e darmi un tono.

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