Rajoy sulla Catalogna doveva prendere esempio da David Cameron

Matteo Torri

Mariano Rajoy sta al pugno di ferro spagnolo come David Cameron sta al compromesso inglese: è forse questa la differenza che contrasta maggiormente due politici che hanno fatto la storia di due grandi paesi europei. Il primo è il presidente del consiglio spagnolo in carica, il secondo è stato premier inglese dal 2010 al 2016, dimissionario dopo i risultati del referendum sulla Brexit.

Due paesi, due pesi e due misure: stesso continente, due modus operandi diversi. Entrambi si sono trovati nella medesima situazione, dovendo confrontarsi con un referendum d’Indipendenza: Cameron con la Scozia, Rajoy con la Catalogna. Sia Scozia che Catalogna affondano le loro radici nel passato rivendicando un’indipendenza dalle due nazioni madre, rispettivamente Regno Unito e Spagna. Eppure situazioni tanto simili (l’unica differenza è nelle date; 2014 il referendum per la Scozia, 2017 quello per la Catalogna) hanno prodotto due scenari totalmente diversi.

Una Spagna non predisposta al dialogo che non si può non confrontare con un’Inghilterra che ha saputo ancora una volta mettere in atto la virtù che meglio le si addice: quel realismo tutto British, che ha messo la Scozia nelle condizioni di non dover mai ricorrere alla dialettica minacciosa del  referendum illegale. Fu lo stesso Cameron, infatti, a concederlo alla popolazione attraverso un accordo concluso con i leader di Edimburgo nell’ormai lontano 2012.
Sempre Cameron, mettendoci la faccia, iniziò una non facile campagna elettorale per tenere unito quel Regno che tutti i sondaggi davano già per diviso. Conservatore sì, ma anche progressista, ha scelto di lasciar scegliere al popolo in modo democratico. Così il 18 settembre 2014 il 55% degli scozzesi decideva di restare in Gran Bretagna; un successo del pragmatismo inglese e della politica di Cameron che proponeva agli scozzesi più vantaggi economici e giuridici qualora fossero rimasti nel Regno Unito. Successo a cui contribuirono sicuramente le delicate e intelligenti parole della Regina qualche giorno prima del voto, che rompendo in modo inaspettato un silenzio da prassi disse ad un giornalista: «Think very carefully about the future», “Che pensino bene al loro futuro”. Riferito agli scozzesi, ovviamente. Un monito, un avviso, ma anche un consiglio dato da colei che più di tutti rappresenta l’unità d’Inghilterra.

Oltre la Manica e un po’ più a sud dopo tre anni si presenta lo stesso scenario, ma con protagonisti ben differenti.

È la regione della Catalogna, nell’est della Spagna, a chiedere di essere indipendente. La regione ha storicamente sempre goduto di una grande autonomia, ma ciò non basta ad accontentare i catalani che a più riprese, dagli anni 2000 in poi, hanno invocato un referendum sull’indipendenza.

A rispondergli però non c’è il pragmatismo di Cameron, ma il pungo di ferro di Rajoy, che di compromesso e dialogo non ne vuol proprio sapere poiché  il referendum risulta incostituzionale. Come dargli torto da un punto di vista giuridico? Quale Stato basato sull’unità metterebbe mai nella sua costituzione la possibilità di un referendum per la sua divisone? Gli inglesi insegnano, però, che non c’è solo la legge, ma anche il fatto concreto: la Catalogna è una regione con una lingua propria, una cultura e dei confini ben precisi, tutti fattori che ne rendono possibile il riconoscimento come Stato.
Ci provarono seriamente nel 2014, quando il governo Catalano decise di indire un referendum per il novembre dello stesso anno. Il referendum  si tenne e  i voti a favore superarono l’80% dei votanti (a fronte però di una partecipazione al 40%), ma  fu dichiarato illegale dal governo di Madrid, già presieduto da Rajoy.
In ben tre anni , dal 2014 al 2017, ovvero dal primo referendum a quello del 1 ottobre scorso, non c’è stata nessuna apertura e nessun dialogo da parte del presidente Mariano Rajoy e del suo governo.

L’unica linea adottata dal governo spagnolo è sempre stata quella dell’illegalità di tale referendum.

Questa presa di posizione che ha portato ad intervenire vergognosamente schierando forze di polizia in tutta la Catalogna per impedire il voto con immagini che hanno fatto il giro del mondo. Immagini che non rappresentano la libertà del sistema europeo, ma piuttosto il mal funzionamento di un vecchio e arretrato sistema oligarchico. La testimonianza dell’errore di un politico, Rajoy, che in nome di una ferma convinzione sta portando il suo paese al collasso politico. E come se il danno non fosse già stato abbastanza, c’è voluto il discorso del Re Felipe VI di Spagna per allontanare definitivamente le due parti in causa schierandosi palesemente a fianco del governo spagnolo senza nemmeno condannare gli atti di violenza della polizia. Un discorso privo di quell’acutezza che è caratteristica della ben più stimata collega d’oltremare. Questione di clima o di DNA?

Fatto sta che in pochi hanno ragionato sulle cifre di partecipazione al referendum catalano che in entrambi i casi non ha mai superato la soglia del 50% (42% a quello del 1 ottobre 2017), testimonianza che forse in Catalogna non sono tutti per l’indipendenza (si vedano le numerose manifestazioni a favore del governo spagnolo tenute a Barcellona in questi ultimi giorni). Ad oggi, invece, risulta ben più difficile pensare ad un riavvicinamento fra Spagna e Catalogna soprattutto dopo gli attacchi violenti contro i civili con più di 800 feriti. È probabile che dopo questo fatto molti indecisi abbiano sposato la causa catalana non rispecchiandosi nelle scelte violente del governo spagnolo.

Un errore pesante quello di Rajoy che a lui può costare “solo” la poltrona, ma alla Spagna ben di più.

Perdendo la Catalogna, infatti, la Spagna perderebbe il 20% del suo Pil, il 16% della sua popolazione e il porto commerciale più importante della nazione, quello di Barcellona.
Sono tutte ipotesi. Rajoy può giocarsi ancora qualche carta per cambiare il risultato e tener unita una Spagna che sembra già troppo divisa.

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