Water grabbing: storie di acqua rubata

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Il fiume simbolico del poeta argentino Jorge Luis Borges per ora è salvo: nessuno ha deciso di controllare le sue acque e di tenerlo tutto per sé. Per altri fiumi, meno simbolici, la storia è diversa.

Non c’è una parola, in una lingua diversa dall’inglese, in grado di tradurre esattamente l’espressione “water grabbing”. Spesso quando le cose non hanno nome non esistono. A volte, però, si può provare a spiegarle. Qualcuno ci ha provato anche con il water grabbing e lo ha definito, maldestramente, “l’accaparramento dell’acqua”. Un gruppo di fotografi ha provato a far parlare le immagini, con il progetto Water Grabbing, a Story of Water, sostenuto dal Centro europeo di giornalismo e da COSPE onlus, in mostra al Festival della fotografia etica di Lodi fino al 29 ottobre.

L’espressione Water Grabbing si riferisce alle situazioni in cui attori potenti sono in grado di acquisire il controllo sulle risorse idriche per trarne profitto a discapito degli utilizzatori locali o degli ecosistemi. Questa capacità implica il potere di decidere come le risorse idriche vengono usate nel presente e come saranno utilizzate nel futuro.

L’acqua è contesa da sempre, ma i meccanismi con i quali le risorse idriche vengono indebitamente trasformate in beni privati sono cambiati nel tempo.

Nel mondo contemporaneo il fenomeno ha assunto connotazioni globali.

Gli attori più potenti utilizzano l’acqua come arma politica, strumento di ricatto nei confronti di altri attori, spesso della popolazione civile: è questa la politica internazionale dell’acqua e il fil rouge che lega tutti i casi di water grabbing.

Il fenomeno chiama in causa un’ampia serie di attività umana: dall’agricoltura alla produzione di energia elettrica e all’industria estrattiva. Per questo, le forme che l’accaparramento dell’acqua può assumere sono diverse: solo raramente si tratta di appropriazioni violente. Più spesso, invece, l’accaparramento è reso possibile da misure legislative che limitano sensibilmente l’accesso all’acqua. Nell’era dell’interdipendenza economica, nella quale la popolazione aumenta e la domanda di cibo è sempre più pressante, sono spesso grandi corporations a controllare le risorse. Un aspetto inquietante è che nella maggior parte dei casi l’accaparramento dell’acqua avviene con la compiacenza dello Stato nel quale le risorse si trovano.

Il risultato è che chi detiene il potere sulle risorse idriche esercita il controllo su tutti gli altri. Così, il water grabbing è espressione diretta di un modello economico e di sviluppo nel quale l’accumulazione di capitale è legata all’accesso alle risorse naturali.

L’acqua e il suo accaparramento è anche una dimensione di un altro fenomeno, il land grabbing. Non è, infatti, possibile acquisire il controllo sulla terra senza allo stesso tempo acquisirlo sull’acqua. Inoltre, l’accaparramento dell’acqua ha spesso comportato lo spostamento forzato di coloro che vivevano nelle sue prossimità.

In questo contesto le infrastrutture idriche ed idroelettriche diventano simbolo di potere e del legame tra l’idrosfera e la sfera della politica, dell’equità e della giustizia sociale.

La narrazione secondo cui l’uomo, nel passato, è riuscito a dominare le forze della natura per disporne a proprio piacimento non è più valida. La nostra percezione del cambiamento climatico e la minaccia che esso comporta per la sopravvivenza umana sta lentamente cambiando. È un fatto che le risorse, esauribili e sempre più scarse, danno vita a conflitti sempre più sanguinosi.

È il caso della Palestina. La disuguaglianza nell’accesso all’acqua caratterizza il conflitto israelo-palestinese fin dalle origini. L’acqua non è mai mancata nella valle del Giordano, ma da quando questa zona è stata quasi interamente catalogata come area C e dunque sottoposta al controllo amministrativo e militare israeliano in base agli accordi di Oslo, gli abitanti dei villaggi beduini possono esserne privati per giorni.  A poco è servito, in passato, costruire un condotto di irrigazione con i fondi della cooperazione internazionale: gli israeliani hanno deciso di demolirlo, perché lo consideravano, evidentemente, una minaccia per la loro sicurezza. La situazione non è migliore nelle zone sottoposte al controllo dell’Autorità palestinese, dove per costruire un pozzo è necessario che Israele dia la sua autorizzazione, cosa tutt’altro che scontata. La cooperazione bilaterale sulla gestione delle risorse idriche, istituita dagli accordi di Oslo, si è trasformata, piuttosto, in una forma di dominio. L’acqua è usata come pedina politica da entrambe le parti. Da un lato, Israele la usa per preservare l’occupazione ed esercitare il suo potere di ricatto; dall’altro, l’Autorità palestinese la sfrutta per preservare lo status quo.

Nel 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che stabilisce che il diritto all’acqua è un diritto umano. Questo implica il diritto di accesso ad un’acqua potabile, pulita e di qualità e a servizi igienici di base. Pur trattandosi di un atto non giuridicamente vincolante, gli obblighi degli Stati, connessi a tale diritto, sono impliciti in una serie di trattati internazionali sui diritti umani, che impegnano gli Stati a garantire il godimento del diritto alla vita e alla salute, in primis il Patto sui diritti civili e politici come interpretato dal Comitato per i diritti dell’uomo.

Il water grabbing minaccia seriamente il godimento di questi diritti, trasformandoli piuttosto in privilegi. Quello palestinese non è il solo caso.

L’Etiopia ha urgente bisogno di energia elettrica e il governo ha, da tempo, deciso di finanziare la costruzione di cinque dighe nella Valle dell’Omo. Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, le tre che sono state realizzate finora hanno portato più conflitti che benefici all’ambiente e alle comunità locali. Non che gli abitanti della valle fossero contrari all’arrivo della luce nelle loro case, tutt’altro. Nessuno, però, si è preoccupato di consultare la gente del posto, né tantomeno di chiedergli se fossero disposte a lasciare il posto in cui vivevano per permettere l’avvio dei lavori di costruzione. Sono diventati vittime dell’internal displacement e da allora la loro percezione delle dighe è cambiata. Molti le vedono, ormai, come i mostri che hanno trasformato i loro fiumi. Come documentato da International Rivers, le grandi dighe non hanno portato potere all’Africa, ma solo povertà, come se non ne avesse già abbastanza.

La corsa alle dighe minaccia di provocare non pochi problemi anche nel Sud-est asiatico. Cina, Laos, Cambogia, Birmania, Tailandia e Vietnam hanno in progetto la costruzione di una serie di mega dighe sul Mekong, oltre a quelle che già esistono sul fiume che, secondo una leggenda cinese, nasce da una sorgente sacra le cui acque sarebbero in grado di allungare la vita di chi la beve. Il progetto pone numerose sfide sul piano ambientale, politico e sociale. Dal punto di vista ambientale, si ritiene che le dighe, alterando il flusso naturale della corrente, costituiscano un ostacolo alle migrazioni dei pesci e una minaccia per i fragili ecosistemi fluviali. Dal punto di vista sociale, la costruzione mette a rischio la sicurezza alimentare dei 60 milioni di persone per cui il Mekong rappresenta una fonte di sostentamento fondamentale, oltre a comportare l’abbandono del territorio per un gran numero di comunità locali. Infine, non c’è da stare troppo tranquilli neanche sul fronte geopolitico: non si può escludere che in futuro il controllo dei flussi dell’acqua possa diventare motivo di tensione tra i governi della regione.

Per evitare che l’acqua, anche quella, si trasformi in un privilegio per pochi non basterà la poesia, neanche quella di Borges.

 

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

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