Gerrymandering, ovvero come truccare le elezioni

Uno spettro si aggira per i palazzi del potere: lo spettro del gerrymandering. Per spiegare l’iperbole ed evitare il ridicolo è necessario precisare subito. Cos’è il gerrymandering? Un trucco con il quale si possono disegnare i collegi elettorali per favorire una minoranza o sfavorire una maggioranza. È nato nell’Ottocento negli Stati Uniti e, ovviamente, è applicabile solo in sistemi in cui vige una legge elettorale maggioritaria. Dato che la nuova legge elettorale italiana, il Rosatellum, prevede che il 36% dei seggi venga assegnato in collegi maggioritari uninominali – 232 alla Camera e 109 al Senato – si è aperto un grande dibattito sul metodo da utilizzare per determinare le forme dei nuovi collegi.

Questo procedimento, che può apparire meramente tecnico, è in realtà sostanzialmente politico.

Negli Stati Uniti spetta al legislatore definire i confini dei collegi e spesso chi controlla il governo di uno Stato o di una circoscrizione ridisegna i collegi con l’unica ratio di aumentare i propri eletti alle successive elezioni. Il gerrymandering nacque nel 1812 quando il governatore del Massachussetts Elbridge Gerry ridefinì i distretti per l’elezione del Senato statale in modo talmente arzigogolato e antirazionale che i suoi oppositori poterono notare la somiglianza di uno dei collegi con un rettile, la salamandra: da qui mandering, che richiama salamander, salamandra.

Tecnicamente il disegno dei confini di un collegio è un’operazione che ben si presta a manipolazioni di questo tipo.

Se ad esempio all’interno di un territorio si devono assegnare quattro seggi, concentrando la maggior parte degli elettori conservatori all’interno di una sola circoscrizione e diluendo i restanti nelle altre tre, nelle quali sarà presente la quasi totalità di elettori progressisti di quel territorio, è facile intuire che i conservatori, anche avendo più voti in termini assoluti (ma concentrati in una sola circoscrizione) otterranno un solo seggio contro i tre vinti dai progressisti.

In realtà il gerrymandering può avere diverse applicazioni. Come ha scritto Il Post: “Il “cracking” (rottura) consiste nella divisione di un rilevante gruppo di elettori dello stesso partito in tanti diversi distretti […]. Il “packing” (impacchettamento) è l’esatto opposto e mira a confinare in un unico territorio i votanti di un partito, sacrificando un seggio per vincere però tutti gli altri. La pratica dell’ “hijacking” (dirottamento) disegna i confini in modo tale da obbligare due importanti e temuti candidati di partiti rivali a sfidarsi tra di loro, con la certezza che almeno uno dei due risulterà sconfitto”.

La diffusione del gerrymandering nelle elezioni americane ha raggiunto negli ultimi anni livelli altissimi, tanto che in alcuni casi non è eccessivo dire che abbia realmente falsato i risultati. Come, ad esempio, in North Carolina.

 Inoltre, l’utilizzo di questa pratica è fortemente incentivato dal fatto che sul territorio americano i voti siano distribuiti in proporzioni consolidate e storicamente ricorrenti: democratici nelle città e repubblicani nelle campagne. Conoscendo le tendenze elettorali, per i legislatori risulta più facile creare collegi e distretti che li favoriscano. Una sola legge, ad oggi, si è occupata del gerrymandering: il Voting Rights Act del 1965, che prevede alcune possibilità di ricorso da parte dei cittadini e la necessità di revisionare i collegi qualora vengano modificati, ma limitatamente ai casi di violazioni relative alla discriminazione razziale. Questa limitazione e il fatto che la Corte Suprema sia tuttora reticente ad esprimersi con chiarezza risolutiva sul gerrymandering hanno lasciato campo libero al proliferare di questo fenomeno.

In Italia il governo sta ridisegnando in queste settimane i nuovi collegi. Alcuni parlamentari d’opposizione, tra cui il leader grillino Di Maio, hanno lanciato l’allarme. Dal governo respingono le accuse. Il centrista Pino Pisicchio, recordman di permanenza in Parlamento, ha chiosato: “Chi ci mette mano [ai collegi, ndr] con l’intento di favorire la sua parte alla fine perde sempre, per la ferrea regola dell’eterogenesi dei fini”.

In ogni caso, vi è una grande differenza tra gli Stati Uniti e il nostro paese: mentre nel primo caso la scelta è puramente politica, delle assemblee legislative o dei governatori, in Italia il disegno dei collegi è storicamente affidato ad una commissione di esperti dell’Istat, che si basa unicamente sui dati tecnici dell’ultimo censimento effettuato. Ma anche se il procedimento è estraneo alle pressioni e ai condizionamenti politici, la formazione dei collegi può comunque decidere i risultati delle prossime elezioni nazionali. Gli analisti di YouTrend hanno segnalato su L’Espresso come lo spostamento di piccoli centri da un collegio ad un altro, ad esempio Villafranca in Piemonte o Trani in Puglia, possa – a parità di voti – aumentare o diminuire i seggi del M5S in Parlamento. E la stessa partita vale per centrodestra e centrosinistra in molte altre regioni.

Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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