Una lingua internazionale è davvero possibile? Sogno e fallimento dell’esperanto

Pochi sanno che l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura ha dedicato il 2017 a Ludwik Zamenhof, medico polacco ideatore dell’esperanto, di cui ricorre il centenario della scomparsa.

Esperanto significa “colui che spera” ed è lo pseudonimo con il quale il dottor Zamenhof pubblicò la prima grammatica di questa lingua artificiale.

Era il lontano 26 luglio del 1887.  Anche le lingue nascono e muoiono e quello è il giorno in cui nacque l’esperanto.

A Zamenhof venne l’idea di inventare una lingua neutrale quando si accorse che le differenze etniche e religiose ostacolavano la comunicazione tra le persone. Si trovava nella Russia sovietica degli anni Venti, quando molti ebrei russi vennero accusati aver assassinato lo zar. La Società delle Nazioni era appena stata fondata nella speranza di risolvere le controversie tra gli Stati con mezzi diversi da quelli che avevano portato alla Grande Guerra da poco terminata. Questa prima ondata di globalismo fu ben presto distrutta dall’ascesa dei nazionalismi, un male a cui l’Europa proprio non seppe rinunciare.

Gli esperantisti sostengono che esista un problema linguistico nella politica internazionale. L’idea è che una lingua neutrale sia necessaria per far fronte alle grandi differenze di potere tra le lingue del mondo che, come si legge nel manifesto di Praga del movimento esperantista, “minano le garanzie, espresse in tanti documenti internazionali, di parità di trattamento senza discriminazioni su base linguistica”. È per questo che i suoi aderenti descrivono l’esperantismo come un movimento per i diritti linguistici e per la diversità linguistica. Sono convinti che l’esperanto possa riuscire nell’impresa di fondare il dialogo tra i popoli su un terreno linguistico neutrale, grazie alle semplificazioni semantiche e sintattiche, che servono a renderla una lingua facile (è priva, infatti, di irregolarità e di generi, i contrari si formano con i prefissi, l’ordine delle parole nella frase è sostanzialmente libero).

All’esperanto dobbiamo il merito di aver rinnovato due domande, spesso sottovalutate: esiste davvero un problema linguistico nelle relazioni internazionali? Sarebbe opportuno sostituire le lingue con una lingua internazionale?

Per quanto riguarda la prima, occorre riconoscere che lingua è potere: a suggerirlo è l’evidenza storica.

Il principio nazionale, che è stato fatto spesso coincidere con quello linguistico (dove si parla la lingua della nazione, lì è il territorio della nazione), è stato alla base della costruzione del nuovo ordine e dei nuovi Stati nazionali sorti dalle macerie degli imperi centrali dopo la prima guerra mondiale.

In tempi più recenti, il principio linguistico è spesso invocato per giustificare invasioni di dubbia conformità al diritto internazionale: pensate, ad esempio, all’annessione della Crimea da parte della Russia.

Infine, non è forse l’inglese la lingua dei più forti? Secondo questa visione l’adozione dell’inglese come lingua franca sarebbe il risultato di un processo storico cominciato con l’imperialismo della Gran Bretagna vittoriana e culminato con l’affermazione del primato mondiale degli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda.

Dal punto di vista economico sembra proprio che adottare una lingua internazionale sia la soluzione più conveniente. L’inglese lo dimostra: è la lingua dominante negli affari. Non solo: lo è anche nell’informatica, nell’alta tecnologia, nei grandi consessi internazionali. Ma lo è anche nella letteratura: il premio Nobel giapponese Kazuo Ishiguro è naturalizzato britannico e scrive in inglese. Prevale perfino nella scienza: è tempo di dimenticare, dunque, la massima di Galilei secondo cui il mondo è scritto in linguaggio matematico.

Sempre dal punto di vista economico, però, l’egemonia linguistica dell’inglese non è immune da minacce. Di fronte alla minaccia del sorpasso economico della Cina (secondo Forbes dovrebbe avvenire nel 2018), già seconda economia mondiale, chissà, magari sarà il mandarino a prendere il posto dell’inglese. Oppure toccherà ad una delle lingue dei Brics, le prime cinque economie emergenti?

Il predominio dell’inglese, tuttavia, si scontra con un dato di fatto, e cioè che le lingue artificiali sono già una realtà. Oltre all’esperanto, numerosi esempi già esistono: per citarne alcune, il Volapük e l’Idiom neutral, che può essere considerata una sua variante.

L’esperanto, però, ha qualcosa che nessun’altra lingua artificiale possiede, in quanto va al di là dello scopo pratico di favorire la cooperazione in ambito commerciale o scientifico. Gli esperantisti ritengono che l’adozione di una lingua neutra, diversa dalle solite lingue dei più potenti, possa portare alla realizzazione di un dialogo più equo tra i popoli. Questa aspirazione all’armonia mondiale, da realizzare attraverso la lingua, costituisce l’aspetto più attraente del movimento esperantista, oltre che il motivo per cui le iniziative esperantiste sono viste con favore all’interno dell’UNESCO.

Più dibattuto, invece, si rivela il secondo quesito, e cioè se sia opportuno adottare una lingua internazionale comune.  La questione riguarda il modo di concepire la diversità linguistica: si tratta di una ricchezza o di un ostacolo? Infatti, decidere di adottare una lingua internazionale comune implica il rischio di distruggere tutte le altre, con la loro cultura ed identità di riferimento. I conflitti che riguardano l’identità, anche nella sua dimensione linguistica, rientrano nella sfera dei conflitti etnici, che si sono storicamente dimostrati i più sanguinosi. Ridurre tutto ad uno, dunque, non è sempre la soluzione.

Non tutti però sembrano essere contrari. Secondo alcuni politologi, multiculturalismo e multilinguismo sono un ostacolo al tentativo di rendere la politica internazionale più trasparente e responsabile di fronte all’opinione pubblica. Le lingue minoritarie, infatti, sono destinate ad essere parlate da pochi e dunque a rimanere d’élite. Avere una lingua comune ed impararla, invece, farebbe parte di un più ampio processo di partecipazione democratica a livello globale. Questa posizione è sostenuta da chi è a favore della globalizzazione linguistica attraverso l’utilizzo dell’inglese come lingua franca. I sostenitori dell’inglese difficilmente potrebbero dichiararsi in favore dell’esperanto come lingua franca perché, sostengono, questo ha fallito nella sua missione di diventare una lingua diffusa globalmente e parlata quotidianamente. Secondo l’Universal Esperanto Association, infatti, lo parlano “solo” due milioni di persone, mentre l’inglese è parlato come prima lingua da circa 400 milioni di persone, a cui si aggiungono altri 600-700 milioni di persone per cui l’inglese non è lingua madre.

La globalizzazione linguistica sembra dare ragione a loro. A ben guardare, però, le altre lingue esistenti si sono dimostrate resilienti. L’inglese dell’Asia ha tante varianti, così come quello parlato in Africa e nel resto del mondo. Forse l’identità culturale è più forte della globalizzazione linguistica.

Anche l’esperanto è una lingua resiliente ed orgogliosa. Ha una sua letteratura e una sua Accademia letteraria, esiste musica, cinema, teatro in esperanto. E allora, ha fallito davvero? Forse realizzare un dialogo più equo è possibile anche continuando a vivere nella Babele che gli uomini hanno costruito. Se dovessimo riuscirci, il progetto del Dottor Esperanto non andrà comunque perduto.

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

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