Il ghetto di Babbo Natale: breve storia sami

Giulia Giaume

Le feste sono agli sgoccioli, e un grande senso di vuoto cala sul periodo del dopo-Natale. Che sia l’assenza delle martellanti pubblicità, o i pasti contenuti per equilibrare le abbuffate esagerate, si percepisce la mancanza di qualcosa. Forse è semplicemente la sensazione, che molti dichiarano di condividere, di percepire sempre meno quello “spirito del Natale” proprio dell’infanzia: la magia della festa, i regali sotto l’albero, i biscotti caldi in forno.

A chi non sarebbe piaciuto che fosse sempre Natale? Un posto dove questo accade esiste.

È il Santa Claus Village, il Villaggio di Babbo Natale, situato a pochi chilometri da Rovaniemi, in Finlandia. Se dovesse mai capitarvi di accompagnare dei bambini in Lapponia, per guardare le renne e gli abeti innevati, vi sarà magari proposto dagli uffici turistici locali di fare una gita tra i pascoli dell’estremo Nord, per vedere i Lapponi.

I Lapponi – nome impropriamente attribuito alla popolazione Sami – sono una popolazione semi-nomade di un vasto territorio all’altezza del Circolo Polare Artico, a cavallo tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia.

Si può pagare, anche tanto, per vivere “come i Sami”: dormire in tenda, mangiare carne di renna, ascoltare i canti joik intorno al fuoco. Fa specie, considerato che meno di un secolo fa, nemmeno i Sami volevano vivere come i Sami.

Lo stile di vita da allevatori di renne, la lingua uralica e alcuni tratti non scandinavi  – come la plica mongolica e i capelli scuri – non sono sempre stati oggetto di incuriosite attenzioni. Anzi. Possedere queste caratteristiche significava essere completamente alieni alle società scandinave della prima metà del ‘900, soprattutto quella svedese.

Primo paese ad aprire un centro finanziato dallo Stato per lo studio della razza e del suo perfezionamento, la Svezia applicò contro i Sami una dura politica di ghettizzazione, umiliazione e sterilizzazione forzata, a causa della loro “evidente inferiorità etnica”. Non gli era permesso proseguire gli studi, avere un mestiere normale o vivere in città, dal momento che le ricerche sulla conformazione del loro cervello dimostravano che semplicemente non ne erano in grado.

Questa oscura parentesi nella storia svedese è recentemente riemersa grazie agli sforzi della giovane regista sami Amanda Kernell, che ha debuttato nel 2016 con il film SAMI BLOOD – Sangue sami. La pellicola, vincitrice dell’11° premio LUX per il cinema, mostra la quattordicenne sami Elle-Marja nella Svezia degli anni ’30, e della vita che questa condizione le ha riservato. Destinata al ruolo di allevatrice di renne, va a scuola in un collegio per soli sami, dove però sono obbligati a parlare – e cantare – in svedese. Sottoposta a mortificanti test per certificarne la razza e a raccapriccianti contentini per le frasi pre-approvate in svedese, Elle-Marja cerca di evadere in ogni modo possibile da questo scenario. Ruba un abito per confondersi con dei ragazzi svedesi, supplica per un permesso di studio a Uppsala, parla unicamente svedese, negando la sua eredità culturale e la sua famiglia.

Obbligata a scegliere, la protagonista di Sami Blood rinuncerà bruscamente alla sua identità: brucerà l’abito tradizionale, cambierà nome e entrerà forzatamente in una società che la disprezza e deride.

Non tornerà a casa che al termine della sua vita: vecchia e divorata dal rimorso, Christina (nuovo nome di Elle-Marja) parlerà di nuovo sami per la prima volta di fronte alla bara della sorella, chiedendo perdono e cercando una briciola del patrimonio perduto. Patrimonio che neppure le scuse formali giunte dopo molti anni dalle nazioni scandinave le potranno mai restituire.

La storia ufficiale si rivela ancora una volta una pallida ombra della realtà. È grazie a persone come la Kernell che possiamo tuttavia guardare ai fatti senza farci abbagliare, a tenere gli occhi aperti anche – e soprattutto – nel Villaggio di Babbo Natale.

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