La democrazia honduregna alla resa dei conti

L’Honduras di oggi potrebbe essere l’ambientazione perfetta per un romanzo della letteratura latinoamericana contemporanea. Magari un racconto di Borges o Garcia Marquez, uno di quelli in cui reale e fantastico si distinguono con difficoltà. Un’elezione contesa, un’esplosione di rabbia popolare, un incidente aereo in cui perde la vita il consigliere più fidato di uno dei due candidati, ma soprattutto, un paese con due presidenti potrebbero costituire gli elementi di un caso letterario e politico abbastanza raro.

Alla fine la dichiarazione ufficiale del Tribunale elettorale è arrivata solo ieri, 17 dicembre: dopo uno scrutinio speciale, il presidente uscente Juan Orlando Hernandez è stato confermato vincitore. Nel frattempo, però, l’Honduras è precipitato nel caos. Le elezioni tenutesi il 26 novembre, che avrebbero dovuto indicare il nome del presidente in carica fino al 2022, avevano creato una situazione paradossale: entrambi i candidati, infatti, avevano annunciato la vittoria. Si trattata di Juan Orlando Hernandez,  del Partido Nacional di orientamento conservatore, e del suo sfidante Salvador Nasralla, della Alianza de oposicion contra la dictatura, la coalizione che riunisce le formazioni socialdemocratiche di opposizione. Quest’ultimo ha commentato che la dichiarazione ufficiale che lo vuole sconfitto non è valida, perché “è chiaro che ci sono stati brogli prima, durante e dopo di queste elezioni”.

Le elezioni dovevano essere una grande festa, la festa della democrazia honduregna. Per l’occasione, un decreto presidenziale aveva perfino imposto il divieto agli elettori di recarsi alle urne portando con sé armi da fuoco, cosa che in un paese fortemente militarizzato come l’Honduras è tutt’altro che scontata.

Invece la pace è stata rotta al momento del conteggio dei voti. Il vantaggio iniziale di Nasralla è stato ribaltato dopo che la Commissione elettorale aveva sospeso il conteggio dei voti. Di fronte a questo ribaltamento, Nasralla ha accusato l’ex presidente di brogli. I sostenitori del candidato dell’Alianza sono scesi in strada nelle principali città del paese per protestare contro il “furto” dei voti e contro l’eventualità della rielezione di Hernandez, intonando lo slogan “Fuera JOH”. I manifestanti hanno dato avvio al cacerolazo, la protesta con le pentole: il rumore, dapprima timido, ha riempito le città dove nei giorni precedenti le bolas dei militari avevano ucciso Kimberley, una ragazzina colpevole di aver violato il coprifuoco. Questa situazione a molti ricorda il terrore vissuto nel 2009, quando la Corte suprema aveva ordinato ai militari di attuare un golpe perché l’allora presidente Zelaya aveva indetto un referendum per modificare la Costituzione e autorizzare la sua rielezione.

Con il passare dei giorni e il risultato ufficiale che tardava ad arrivare, la crisi politica stava diventando drammatica. L’ultimo elemento, il più inquietante per ora, riguarda la morte della sorella e consigliera di Hernandez, che era a bordo di un elicottero precipitato ieri.

In una situazione del genere, gli aspetti più centrali della democrazia sono stati messi in discussione: l’esercizio dei diritti politici e la libertà di protestare pacificamente. Su entrambi i fronti la democrazia honduregna ha fallito.

Il fallimento ha riguardato innanzitutto l’esercizio dei diritti politici, per almeno due motivi.  In primo luogo, vi ha preso parte JOH che, in quanto presidente uscente, non avrebbe potuto ricandidarsi in base alla Costituzione del paese. JOH è riuscito comunque a trovare un modo per ricandidarsi presentando un ricorso di fronte alla Corte suprema, in cui si lamentava la violazione della Convezione americana dei diritti umani, che stabilisce che i diritti politici, incluso il diritto di elettorato attivo, possono essere limitati solo in circostanze eccezionali. Allo stesso modo, l’Honduras ha fallito nel garantire che i suoi cittadini esercitassero in modo efficace e soddisfacente i propri diritti politici, non perché gli abbia impedito di accedere alle urne, ma perché è mancata totalmente la trasparenza che è richiesta a qualsiasi processo democratico che si rispetti. La democrazia honduregna, però, ha fallito anche nel riconoscere ai suoi cittadini il diritto democratico per eccellenza: la libertà di protestare pacificamente. La strategia adottata dalle autorità per riportare l’ordine e mettere fine alle proteste non ha evitato la violenza, anzi: le vittime del coprifuoco non sono mancate, si sono verificati scontri tra i manifestanti e le forze di polizia e le ONG hanno riportato gravi violazioni dei diritti umani, in particolare della libertà di espressione.

A contemplare il quadro politico desolante, si aggiungono i gravi problemi economici e sociali che affliggono il paese. La vita quotidiana è scandita dagli scontri tra bande armate, spesso legati al traffico della droga, che hanno reso l’Honduras uno dei paesi più violenti del mondo. La migrazione infantile verso gli Stati Uniti espone migliaia di bambini ogni mese, secondo le stime dell’Unicef, al rischio di essere uccisi o sequestrati per poi diventare vittime del traffico di esseri umani. C’è la miseria: secondo la Banca Mondiale, nel 2016 il 66 % della popolazione viveva in povertà.

Gli honduregni non hanno mai voluto due presidenti. Gliene basta uno che, possibilmente, corrisponda a quello che hanno scelto e che capisca quello che da tempo stanno chiedendo: una democrazia che non sia solo procedurale ma anche sostanziale, che riconosca i diritti, che garantisca servizi, che sia più giusta e meno violenta. Chiedono, insomma, una politica che risolva i problemi senza crearne di nuovi.

 

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

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