La ruota delle meraviglie. Ultimo, ma non per importanza

C’era una volta Woody Allen arrabbiato.
Dopo anni di grandi successi come Io e Annie, Harry a pezzi, Amore e guerra, Manhattan, Broadway Danny Rose pareva non riuscire più a produrre film in grado di competere con le vecchie glorie del passato.
Sembrava, come succede a molti artisti dopo aver toccato la vetta, stretto in una reputazione che non riusciva non tanto a superare, quanto ad eguagliare, incastrato in un vecchio sé che sembrava non esistere più. È quel che è accaduto in Italia al suo collega Roberto Benigni, con cui ha girato To Rome with Love, dove i due sembravano scavarsi la fossa a vicenda.

E invece, se abbiamo pensato che ormai fosse l’ora di andare in pensione anche per Woody, ci ha dimostrato che ci sbagliavamo.

Come a dirci : «Ok, forse non mi capite più voi. O forse non vi capisco più io. Quindi eccovi La ruota delle Meraviglie e facciamo pace.» Così lo abbiamo perdonato.

Attraverso una regia manierista che rievoca un po’ Wes Anderson per i colori brillanti (la fotografia è del premio Oscar Vittorio Storaro), il regista ci conduce in una Coney Island pittoresca incastonata negli anni ’50, nel parco giochi dove il protagonista di Io e Annie raccontava di essere cresciuto.
Ma è a Kate Winslet che dà voce al cuore disperato di Ginny, l’eroina greca dalle passioni forti, a cui Woody lascia la regia. È con lei che attraversiamo il quartiere, accompagnati dal suo passo spesso esausto e ansioso, scandito dal ritmo incessante delle giostre, la cui musichetta, sfondo costante dei suoi pensieri e delle sue ansie, ci diventa insostenibile. È lei che ci fa entrare  nella sua prigione.
Ex attrice e cameriera in un ristorante di pesce, Ginny è infelicemente sposata con il giostraio Humpty e ha un rapporto difficile con il figlio, affetto da piromania. Il ritorno a casa della figliastra Carolina, in fuga da una banda di gangsters, e l’infatuazione per Mickey, il bagnino del posto, sconvolgono la sua quotidianità infelice, conducendola allo stremo. Ed è quest’ultimo, Mickey, interpretato da Justin Timberlake, aspirante sceneggiatore (di dubbio talento, a giudicare dalle battute che gli vengono assegnate), a scandire il ritmo della narrazione.

Il film è stato definito dalla critica un omaggio al teatro americano, richiamandosi a Eugene O’Neill, Tennessee Williams e Arthur Miller.

I monologhi, la recitazione, i tempi delle entrate e delle battute sono quelli tipici del teatro. Ci abbandoniamo ai monologhi della Winslet, affidati ad un silenzio solenne e illuminati dalla luce della fotografia che muta al mutare del suo stato d’animo.
Così che, di fronte a lei, anche gli altri attori si eclissano, perdono la loro identità di personaggi e si fanno pubblico insieme a noi.

Maria Marcellino
Ho gli occhi leggermente all’infuori. Ragion per cui molti si domandano se ho problemi alla tiroide o se faccio uso di sostanze stupefacenti. Ci tengo a smentire entrambe le ipotesi.

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