È sempre il (buon) vecchio Orient Express

Giulia Giaume

È tornato Poirot. A dirla tutta, non ce lo ricordavamo così: non così anziano, non così hipster, non così inglese. A più di quarant’anni di distanza dal primo film, Kenneth Branagh dirige, co-produce e interpreta i panni dell’investigatore belga nel celebre caso dell’Assassinio sull’Orient Express.

La storia la conosciamo. Richiamato a Londra per un importante incarico, il più famoso investigatore del mondo sale a bordo dell’Orient Express, il treno che viaggia da Istanbul a Calais. È il 1933, e se pure attraverso i ricchi drappi del treno più sfarzoso del tempo, le tensioni che serpeggiano in Europa cominciano a intravvedersi. Intenzionato a riposarsi prima dell’arrivo, Poirot è bruscamente richiamato alla realtà quando un passeggero del treno viene ritrovato morto nella sua stanza. Il cadavere, colpito da un numero impressionante di pugnalate, è circondato da molti, forse troppi, indizi. Malgrado la riluttanza, complice il fatto di essere rimasti bloccati dalla neve lungo la tratta, il protagonista decide di assumere il caso. Mentre le investigazioni si approfondiscono, tra depistaggi ed esitazioni emergono brani di uno scabroso delitto avvenuto anni prima, ai quali i dodici passeggeri sembrano misteriosamente connessi.

Ma veniamo alla produzione in sé e per sé.

Una campagna pubblicitaria importante, un budget da urlo, un cast stellare. Bastano questi ingredienti per fare del nuovo adattamento di Agatha Christie il film dell’anno?

La risposta, purtroppo, è no. Non è il film dell’anno, ma neanche del mese. Non perché la storia sia una storia già ben nota per il primo film e un episodio della serie per il piccolo schermo. Sicuramente il contributo generoso della produzione ha reso questo film un bel blockbuster, ben interpretato ed esteticamente notevole. Tuttavia, il contenuto, che pure sarebbe stato passibile di nuove interpretazioni, è stato raccolto e mantenuto come una reliquia.

I temi che nel dopoguerra dovevano apparire scottanti, le allusioni a una relazione interrazziale, i pregiudizi contro minoranze etniche, le tensioni e il sospetto, scivolano via con leggerezza.

Lo stesso vale per la tematica della duplicità dell’essere umano, dell’irrealistica polarità tra bene e male. Questa, che pure dovrebbe essere il vero nocciolo della storia, viene affrontata en passant, senza nulla togliere o aggiungere a un dibattito aperto da millenni. Tutto questo non deve impegnare la mente dello spettatore, distratto da una fotografia ben composta, un trucco preciso e abiti bellissimi.

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