Andate a vedere Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Cielo azzurro, boschi rigogliosi, una comunità tranquilla. La vita degli abitanti della piccola Ebbing, Missouri, sembra scorrere senza preoccupazioni, quando la rabbia e la delusione di una donna cadono come una scure, lacerandone la sottile patina di normalità.

Dopo sette mesi di attesa, nessuno è stato in grado di dire a Mildred Hayes chi sia l’uomo che ha stuprato e ucciso sua figlia dandole fuoco proprio dietro casa. Stanca di veder passare il tempo senza che sia fatta giustizia, compra tre enormi cartelloni pubblicitari, proprio sopra l’ombra del corpo carbonizzato di Angela. Sul fondo rosso spiccano delle frasi a caratteri cubitali neri, una per manifesto: Raped while dying. – Still no arrests? – How come, chief Willoughby? (Stuprata mentre moriva. – Ancora nessun arresto? – Come mai, sceriffo Willoughby?).

Le accuse incriminano Willoughby, il suo squilibrato vice Dixon, e tutte le forze di polizia di Ebbing, dei quali comincia comporsi un mosaico amareggiante, fatto di razzismo, abuso di potere, violenza.

Una violenza che contagia ogni cosa, e la avvelena.

Infatti, se pure intrisi di cinismo e comicità dark, gli eventi sono sempre più tesi, fino a diventare drammatici. A metà film un nuovo, inaspettato evento sconvolge la già turbata tranquillità, gettando l’intera città in un vortice di brutalità distruttiva e auto-distruttiva. Fuoco, sangue e ossa rotte accompagnano lo spettatore nell’inarrestabile catabasi, e starà solo ai protagonisti scegliere se incoraggiarla, o interromperla.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una prova impeccabile. La triade Frances McDormand – Woody Harrelson – Sam Rockwell interpreta alla perfezione il testo originale di McDonagh, una sceneggiatura ridotta all’osso che ribadisce la sua comprovata bravura di autore teatrale. La McDormand, pensata come protagonista in fase di scrittura, incarna magistralmente il ruolo di madre già provata e ora definitivamente annientata. E pure la storia, che potrebbe facilmente scadere nella tragedia esasperata, è costantemente riequilibrata dall’umorismo caustico della donna e dalla performance di Rockwell-Dixon, che porta la tragicomicità a livelli altissimi.

Queste perle non sono passate inosservate. Dopo un Leone d’Argento per la sceneggiatura a Venezia e il People’s Choice Award di Toronto, la pellicola ha sbancato ai Golden Globes con quattro prestigiosi premi: miglior film drammatico e migliore sceneggiatura, entrambi a McDonagh, miglior attrice in un film drammatico a Frances McDormand, miglior attore non protagonista a Sam Rockwell.

Musica al limite del lirismo e fotografia eccelsa, sì, ma in fiume di scazzottate. McDonagh ha trovato la ricetta perfetta: la giustapposizione, e a tratti la compresenza, di profonda analisi e violenza belluina. Le contraddizioni creano un ritratto finale in scala di grigi, impossibile da giudicare, così realistico da sbalordire.

Giulia Giaume
Innamorata della cultura in ogni sua forma, lasciatemi in ludoteca con un barattolo di Nutella e sono a posto.

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