La sinistra in crisi e la strada verso la sconfitta

Con gli odi di partito, Dio è morto, cantava Francesco Guccini. E forse viene il dubbio che i leader attuali della sinistra italiana non l’abbiano mai ascoltato. E mentre la campagna elettorale si trascina stancamente sui sentieri già battuti delle promesse irrealizzabili e degli scontri all’arma bianca, colpisce la palese assenza di un centro-sinistra  inteso non solo come coalizione di partiti più o meno simili, ma come idea di Paese e come proposta concretamente alternativa al centro-destra e al grillismo. Il fatto è ancora più sorprendente se pensiamo che in ogni competizione elettorale dal 1994 in poi si è sempre presentato un ampio schieramento di sinistra, talvolta con e talvolta senza la sinistra radicale (cioè Rifondazione Comunista e Sinistra Arcobaleno, non certo la “sinistra governista” di D’Alema e Bersani).

Per questo, ad oggi, l’inedita divisione con cui Liberi e Uguali e Partito Democratico si presentano alle elezioni del 4 marzo rappresenta uno dei fatti politici più significativi dell’intera Terza Repubblica.

Negli ultimi mesi è apparso chiaro che questa divisione rappresenti la volontà di tutti i leader in campo: dire che Renzi non è di sinistra e dire che Bersani è troppo di sinistra sono le due facce di un’unica medaglia, sintomo della convinzione delle due parti che esista un’incompatibilità di fondo non sanabile prima di questa competizione elettorale.

Dall’avvento di Renzi alla segreteria del Pd nel 2013 si è consumata un’estenuante guerra senza quartiere tra personalità diverse. Uno scontro di persone, più che di idee, che ha prodotto negli ultimi anni rovinose sconfitte elettorali in regioni e comuni tradizionalmente “rossi”, come Genova, Torino, Sesto San Giovanni. E oggi la sinistra italiana cammina a grandi passi verso una sconfitta storica, per riprendersi dalla quale potrebbero servire anni.

Anche a causa della crisi generale della sinistra, spesso percepita come incapace di rispondere alle difficoltà e alle ingiustizie prodotte dalla globalizzazione, all’interno degli schieramenti progressisti di tutto l’occidente si confrontano, anche aspramente, due anime diverse. Talvolta prevalgono i riformisti (Blair, Schulz, Clinton), talvolta i radicali (Sanders, Corbyn); talvolta la sinistra vince, talvolta perde. Ma la situazione italiana di divisione  e di fatto contrapposizione  alle elezioni è praticamente un unicum nel panorama internazionale.

La motivazione profonda di questo stato delle cose risiede in una serie di concause che si sono accumulate negli ultimi anni. Alla base, di certo, vi è un conflitto irrisolto sulla nascita del Pd: la famosa “fusione a freddo”, tanto criticata anche da sinistra, ad esempio da Massimo Cacciari, tra postdemocristiani e postcomunisti. Era, quello del Pd, un progetto destinato a fallire fin dalla resa del primo segretario Veltroni nel 2009, dopo l’euforia iniziale e l’idea del partito “a vocazione maggioritaria” capace di contenere tutte le frazioni e le anime del centro-sinistra. Eppure un partito democratico o progressista che coniughi le due anime della sinistra è altrove una realtà consolidata, se si esclude il recente esperimento di Macron, frutto però più dell’intramontabile grandeur francese che delle vicende interne della sinistra.

In Italia il Pd ha retto, con i limiti dell’opposizione a Berlusconi che spesso diventava mero inseguimento, finché a guidarlo sono stati gli eredi del Pci. Quando è arrivato il momento di un rinnovamento generazionale, combinato con il cambiamento di linea imposto da un leader forte come Renzi, qualcosa si è rotto. Che la sinistra abbia un problema con i leader è del resto un fatto risaputo: il continuo logoramento interno ha prodotto un carosello di volti e di nomi. Mentre il centro-destra ha sempre avuto il solo Berlusconi, sull’altro fronte si sono succeduti come candidati Occhetto, Prodi, Rutelli, Veltroni e Bersani, e come premier Prodi, D’Alema, Amato, Letta, Renzi e Gentiloni.

Il temperamento di Renzi, la cui retorica della rottamazione a tutti i costi l’ha spinto  spesso persino con disprezzo e sarcasmo  a escludere dal governo e dalla gestione del partito anche le persone che ben si erano comportate in passato, e le politiche dei suoi “mille giorni”, improntate a un liberismo sostenuto (ne sono esempi il Jobs Act e gli ottanta euro) e corroborate da una narrazione vagamente berlusconiana, sono stati l’humus ideale per la divisione. Gli “esclusi”, i vari Bersani, D’Alema e Speranza, hanno deciso di praticare il diritto di opposizione interna come un continuo assalto alla diligenza. La lotta si è presto trasformata in scontro personale: anni di dissapori, amarezze, sgarbi e incomprensioni a ogni livello del partito hanno provocato una serie di rotture, portando alla scissione di Mdp e poi alla divisione alle elezioni. In molti hanno parlato dell’odio che Renzi e D’Alema provano l’un l’altro, in effetti mai smentito dalla realtà delle cose. A questo bisogna però aggiungere anche la fondamentale divisione in occasione referendum costituzionale del 4 dicembre: Renzi, proponendo una riforma molto simile a quella del centro-destra del 2005, ha causato un’inevitabile contrapposizione con l’altra anima della sinistra, che nel 2005 aveva contrastato la riforma berlusconiana e nel 2016 non poteva far altro che contrastare anche quella renziana.

Nonostante le difficoltà di maggioranza, la legislatura iniziata nel 2013 è stata florida di molti miglioramenti nel campo dei diritti civili: unioni civili, biotestamento, la legge sul “dopo di noi”. La sinistra non è riuscita a trovare un accordo nemmeno su questi temi, dividendosi infine anche sulla possibilità di far votare al Senato, con un probabile voto contrario, lo Ius Soli. Tutte queste crepe e fratture hanno portato alla situazione attuale.

Ma queste divisioni non impedirebbero in nessun momento ai vari leader di stipulare un’intesa programmatica di pochi punti che consenta al centro-sinistra di presentarsi unito alle elezioni, come Berlusconi, Salvini e Meloni hanno fatto sul fronte opposto. Si è visto chiaramente nell’ultimo capitolo della saga, con la stravagante decisione di correre uniti nel Lazio a sostegno di Luca Zingaretti, e di dividersi invece in Lombardia sulla candidatura di Giorgio Gori, che pure come amministratore di Bergamo aveva goduto di vasti apprezzamenti. La separazione, dunque, è finita per essere solamente personale. Così appare a chi osserva la politica, per quanto gli interessati smentiscano. E così appare plasticamente all’opinione pubblica, che ha interpretato lo scontro praticamente alla luce di quest’unica chiave. Anche perché l’unità, al punto in cui si è giunti, sarebbe indigeribile non solo per i disegni e le velleità dei protagonisti, ma anche per l’elettorato, tanto da costituire un’eventuale motivo di perdita di consensi, soprattutto tra gli elettori più di sinistra che Liberi e Uguali si ripropone di recuperare dal progressivo allontanamento dal Pd. Questa sembra essere l’opinione prevalente.

Gli ultimi sondaggi sono poco incoraggianti, con il centro-sinistra renziano sotto il 30%, terzo dopo M5S e centro-destra, e Liberi e Uguali intorno al 6%. Ma in tv e sui giornali continua lo sterile duello tra i vari leader. D’Alema ha proposto un governo del Presidente dopo le elezioni, che includa Pd e Forza Italia. Bersani e Civati lavorano all’apertura verso i Cinque Stelle per raccogliere l’eventuale richiesta di aiuto che venga da Di Maio dopo il voto. Dentro al Pd molti si muovono invece per mantenere in carica il governo Gentiloni. Grasso vuole un governo per rifare la sola legge elettorale. Tutti si affannano volontariamente su questioni tattiche che poco hanno a che fare con i temi della sinistra, che pure sarebbe facile mettere in campo per una proposta elettorale credibile. E prevalgono, così, gli elementi divisivi rancori, rivalse, disegni per eliminare l’avversario   sulla prospettiva dell’unità.

Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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