L’angelo dell’informazione: la morte dell’eros

L’angelo dell’informazione è un testo teatrale di Alberto Moravia, pubblicato nel 1986. Fino al 4 febbraio è possibile assistere alla mise en scène, a cura di Lorenzo Loris, al teatro Out off di Milano.

La trama ruota attorno a tre personaggi: Lei, Lui, l’Altro, di nome Vasco. Lei, stufa di mentire e considerandosi incapace di farlo, decide di dire al marito tutta la verità sull’amante e sui loro incontri. Non tanto per lottare contro l’ipocrisia, ma con la volontà di condividere con il consorte i dettagli più intimi della loro relazione. Il marito, politologo e corrispondente affari esteri per una nota testata, accusa il colpo. La cruda verità lo atterrisce, non solo per il fatto in sé, ma per il modo in cui gli viene raccontata. Un modo molto violento, gretto. Frastornato, cerca di non mostrarsi risentito, sarebbe una reazione retrograda, sebbene non si tratti di onore ma di sentimenti. Ma sentimenti non vengono contemplati, sia nell’azione che nella reazione.

Non contenta, Lei, esce di casa a passo marziale e si precipita dall’amante, con la volontà di dirgli tutto. Finalmente si è liberata. Mentre il marito analizza la questione, Vasco, l’amante, (pur già a conoscenza dell’esistenza di un marito e a sua volta ammogliato) si risente molto nell’apprendere i dettagli della vita sessuale tra la “sua donna” e il marito. Tra uno sbuffo e un saltello la donna torna a casa. Segue un’altra discussione schizofrenica e irreale con il marito.

Finale con sorpresa Sipario. Buio. Luci.

Lasciando da parte la recitazione caricata, ansiogena e nevrotica (sì, più di un film di Muccino) obbligata da un testo altrettanto forzato, il problema reale in questo caso risiede, appunto, nel copione scritto da Moravia. L’autore impone con violenza ai suoi personaggi una forzatura espressiva e dei contenuti. Nessun essere umano civile, dotato di un briciolo di pietas sottoporrebbe un altro essere umano a una tale violenza verbale, di pensiero e di sentimento.

L’angelo dell’informazione sarebbe Lei, che con la sua spada infuocata fa a brandelli le bugie e permette alla luce della verità di risplendere. Per il marito lo è anche perché è lei a  ispirare la stesura dei suoi pezzi, nella visione mattutina di lei vestita solo di veste angelica. Sono inscenate le classiche perversioni di uomo ancora sentimentalmente in fase prepuberale, maschilista di fondo, ma con l’inibizione dovuta alla “cultura” o presunta tale. Gli altri due non sono da meno, la profondità con cui si affrontano i problemi è preadolescenziale, priva però dell’inesperienza di quell’età e sostituita da tutto il cinismo dell’età adulta. Un miscuglio letale.

Purtroppo se l’intento della donna era descrivere la verità sentimentale come un insieme di fatti, il fallimento è annunciato, visto che nulla di vero alberga nei suoi discorsi, ma solo un bisogno di prendere a pugni sé e gli altri. Perché se l’amore dovrebbe legare almeno lei e Vasco, così non è. I due appaiono come due goffi individui costretti, per il semplice fatto di trovarsi nella stessa stanza, a soddisfare i propri appetiti sessuali. Alla fine dell’amplesso lui si piazza davanti alla partita.

In tutto questo, Eros non pervenuto.

Bisogna intendersi sul fatto che, in nessun caso, l’ipocrisia sia la via da preferire; la donna anelata dall’amante, una pruriginosa adultera ipocrita, tutta risatine e bugie, sarebbe ugualmente insopportabile. La componente inquietante è che nessuno dei tre personaggi ha una qualche reazione vagamente verosimile. Allo spettatore sembra di guardare un dialogo tra alieni. Mai una battuta detta in tono riflessivo o che esprima la verità di un sentimento, di un ritrovamento, di un incontro. Nessuno è in grado di vivere in modo tanto univoco.

Probabilmente Moravia voleva rivolgere una forte stroncatura a uno stile di vita forzatamente spregiudicato e piatto. Ma avrebbe anche potuto trovare un escamotage narrativo per far dire ad un personaggio qualche frase di critica consapevole e lucida, palesando così il suo intento. Rimane da pensare che l’autore si identifichi nei suoi personaggi che delinea.

Quando Pasolini giró Saló, ad esempio, nessuno ebbe dubbi sul fatto che lui fosse intimorito e intristito dalla morte dell’eros e dalla prevaricazione della pornografia, anche dei sentimenti. Qui, pare che Moravia getti la spugna, che si arrenda al fatto che nulla conti, l’uomo meno di tutti, e sferri così il suo fendente.

L’amore dei due sposi è egoista: per lui lei è una musa, una donna ideale, quindi non un essere umano e la sua visione maschilista si scontra con l’esigenza di mostrarsi evoluto, reagendo con filosofia alla notizia che esiste un amante, notizia che lo rende incapace di un proprio sentire, ma solo interprete di una perversione o di una posa. Lei sembra incapace di qualsiasi sentimento, brutale come “l’amore” che Vasco le dimostra. Vasco è invece incapace di qualsiasi analisi, si arrabbia prima, ma poi si dice “a che pro andare in collera? Ho la mia dose di piacere settimanale e tanto mi basta”. Dopotutto, è un pilota d’aereo (non c’è modo di capire per chi non ha studiato, sembra sostenere con classismo l’autore).

Sullo sfondo, una raffazzonata critica all’informazione che ha due modi per disinformare: censurando le notizie (come accade nei regimi totalitari) o dandone troppe (come accade nelle democrazie). Ci si può leggere una previsione del dibattito sulla post-verità, ma non basta. È ben chiaro che la soppressione di qualsiasi verità nella pièce sia una scelta voluta e ponderata dall’autore. Di questo si mostra, infine, anche lui responsabile: della morte della verità e della possibilità di viverla.

Susanna Causarano
Osservo ma non sono sempre certa di quello che vedo e tento invano di ammazzare il tempo. Ma quello resta dov'è.

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