Schadenfreude: quando le sfortune altrui hanno il sapore del miele

I periodi negativi sono comuni a tutti. Possono durate uno schiocco di dita come un’eternità. Tutto è sotto la giurisdizione sia dei fattori scatenanti, sia della personalità dell’individuo coinvolto.

Durante questi periodi bui, in molti scatta un qualcosa: guardare con diffidenza chi ostenta felicità da tutti i pori, e a cui sembrerebbe andare tutto per il meglio, tra sorrisi, selfie a 32 denti pubblicati sui social e un narcisismo che rasenta il ridicolo. Peccato però che la ruota giri per tutti, costringendo questi eterni giocondi ad incappare inevitabilmente, prima o poi, in qualcosa di non troppo piacevole. Non sempre si prova compassione ed empatia verso i malcapitati; i soggetti descritti ad inizio articolo, in particolare, invece di rammaricarsi si sfregano le mani sogghignando di nascosto.

Qui entra in gioco la Schadenfreude.

Schadenfreude è un termine tedesco, composto dalle parole “Schaden” (danno) e “Freude” (gioia). Significa, cioè, provare piacere dalla sfortuna altrui. Un senso di appagamento che, negli ultimi anni, è stato al centro di numerosi studi di carattere socio-psicologico. A primo impatto, sembrerebbe scontato ricondurre questo fenomeno agli eterni insoddisfatti, ai vomitatori di bile e livore, alle persone immature e superficiali. Ma è davvero così?

La prima fonte reperibile su web, nonché una delle più importanti, consiste in un articolo del New York Times del 2002, che mostra chiaramente come questo fenomeno del “godere delle disgrazie altrui” presenti punti di vista molto differenti tra di loro.

Arthur Schopenhauer lo definiva come qualcosa di diabolico, intrinseco nella natura di una persona malvagia, mentre gli psicologi di oggi tendono, con mano meno pesante, a definire la Schadenfreude come qualcosa di quasi ordinario nelle persone.

Il motivo principale è dato dalla teoria del confronto sociale, in cui si afferma che le persone non si auto-valutano tramite le loro abilità oggettive, bensì tramite il confronto con gli altri. Ciò influisce profondamente su alcuni dei più importanti bisogni di una persona, come l’autostima, l’autocontrollo, la realizzazione e l’accettazione (secondo la priamide dei bisogni di Maslow). La Schadenfreude si cristallizza quindi in ognuno di noi, con gradi diversi a seconda delle persone e delle disgrazie, dando ancor più colore alla nitida competizione che permea la società. Questa teoria è rafforzata dall’affermazione del professor Tooby che, nel medesimo articolo, ribadisce come la mente dell’uomo, da sempre, a contatto con grandi gruppi di persone, abbia manifestato il bisogno di competere e di affermarsi.

Un’opinione fuori dal coro e radicale sulla faccenda l’ha avuta invece la psicoterapeuta Grazia Aloi, esponente italiana di spicco riguardo al caso, in un articolo pubblicato sul sito PagineMediche.it. Tra gli scritti, troviamo la tesi secondo cui è assolutamente imprescindibile una correlazione tra la Schadenfreude e l’aticofilia, che accentua la possibilità di provare piacere per le disgrazie altrui a causa della scarsissima autostima dello spettatore compiaciuto:

Si tratta di una considerazione di scarsissimo valore di Sé che si riflette nella consolazione (molto spesso errata) che anche il Sé degli altri sia scarso e non degno. Una questione di moralità che, quantunque appena qualificata come non patologica, può sfociare in comportamenti altamente “gioiosi” da far perdere la testa e arrivare alla cattiveria più efferata. Chi gode della sofferenza altrui è innanzitutto una persona insoddisfatta di sé e incapace di guardarsi dentro.

In supporto alla dottoressa Aloi sono arrivate prove concrete direttamente dal Sol Levante. Il dottor Hidehiko Takahashi, grazie alla risonanza magnetica funzionale, è riuscito a scoprire come l’invidia riesca ad attivare una parte del cervello (la corteccia cingolata anteriore) mentre, quando si gioisce delle disgrazie altrui, viene rilasciata dopamina, che attiva lo strato del “circuito della ricompensa”.

Ogni teoria sulla questione può benissimo essere presa in considerazione, visto che il dibattito rimane acceso, ma è innegabile che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo riservato un posto comodo in prima fila per assistere all’inciampo del secchione della classe, del perenne spensierato dalle 200 storie su Instagram, o del Gaston narcisista e millantatore di imprese mitiche.

Matteo Lo Presti
Studente di filosofia con la mania verso la birra e tutto ciò che regala l'internet.

Commenta