Leoni per agnelli, quando il monologo non basta

Immagine di copertina grab via LUME – Laboratorio Universitario MEtropolitano

Articolo di Sheila Khan e Andrea Sala

Ieri 8 febbraio è stato presentato alla facoltà di Scienze Politiche il volume Salari, produttività, disuguaglianze. Verso un nuovo modello contrattuale?, a cura, tra gli altri, di Tiziano Treu e alla presenza dell’attuale Presidente della Commissione Lavoro al Senato ed ex Ministro dell’ultimo Governo Berlusconi, Maurizio Sacconi.

La presentazione verteva sulle principali riforme del lavoro apportate negli ultimi vent’anni, tra cui salario minimo garantito, e sulle diseguaglianze nel mondo del lavoro; la narrazione risulta completamente falsata, perché gestita da chi queste riforme le ha fatte (ricordiamoci che Treu, curatore del libro, è stato anche l’ideatore dell’omonimo Pacchetto), risultando più un autoelogio che un vero e proprio convegno sul tema. La totale mancanza di un contraddittorio forte rende la situazione ancora più paradossale. Ma gli studenti di LUMe – Laboratorio Universitario MEtropolitano e di Studenti Indipendenti – Scienze Politiche, insieme a Marta Fana, hanno deciso di lanciare un segnale di protesta. Hanno deciso di irrompere nell’aula, interrompendo la presentazione alla ricerca di un dialogo troppo spesso relegato alle domande in coda agli interventi dei relatori, momento che Marta Fana definisce come “un siparietto giusto per darsi una parvenza di pluralismo”. Gli studenti tengono uno striscione tra le mani che recita: “Si scrive flessibilità, si legge sfruttamento”.

Il dialogo però non è stato possibile e davanti alle (tante) domande poste dagli studenti e da Marta Fana, le risposte sono sempre state vaghe, se non completamente assenti.

Si legge dal profilo di Marta Fana: «Loro, i protagonisti delle riforme del mercato del lavoro, quelli che hanno precarizzato e impoverito i lavoratori, hanno ancora l’arroganza e la sfacciataggine di continuare a imporre una narrazione totalmente falsa, la stessa che porrà le basi per la prossima riforma contro i lavoratori».

Tante le dichiarazioni fatte dai relatori sulla crescita dell’occupazione o sui benefici che la politica di austerity ha portato in Italia, ignorando però una realtà che, di fatto, si scontra con le loro dichiarazioni. «Non possiamo accettare che in una facoltà come la nostra si lasci spazio alla giustificazione di anni di politiche che hanno portato la povertà e la miseria a crescere nel nostro paese», dichiarano gli studenti di Studenti Indipendenti – Scienze Politiche.

I toni violenti con cui sono stati fermati gli studenti e la ricercatrice Marta Fana lasciano intendere molto fastidio da parte di tutti relatori e di gran parte degli uditori, sintomatico di una classe dirigente e di un personale accademico completamente sordi davanti alle richieste di aiuto o di spiegazione degli studenti. Il materiale fotografico e video dell’evento, in particolare quello messo in evidenza nell’articolo, è esemplificativo di questo atteggiamento: il professore con il maglione arancione si scaglia prima contro Marta Fana e dopo ancor di più contro lo studente che regge lo striscione, assumendo toni e atteggiamenti violenti, attribuiti impropriamente ai contestatori in quanto tali. «Ci hanno chiamato bamboccioni, choosy, sfigati. Dovrebbero essere orgogliosi di noi. Abbiamo deciso di prendere parola per rappresentare una generazione ingannata, ma che ormai non è più disposta ad accettare le loro menzogne», scrivono invece i ragazzi di LUMe.

L’insofferenza che da più parti si staglia verso una qualunque forma, neanche di contestazione, ma bensì di contraddittorio, è rivelatrice dell’immobilismo e dell’insensibilità di un’istituzione come quella universitaria che, dato il suo scopo formativo, dovrebbe costituire l’avamposto critico della società.  Ci chiediamo infine se esista differenza tra la propaganda, che assiduamente accompagna la narrazione mainstream sulla situazione socio-economica del nostro Paese, ed eventi come questo che appaiono come il germe che appiattisce il dibattito e offusca una qualsiasi visione alternativa a quella dogmatica che ci viene imposta.

«Repressione è civiltà», gridava Gian Maria Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Quelle urla riecheggiano a gran voce, oggi più che ieri.

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Sheila Khan

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