Ricordare Giulio Regeni e l’invenzione dell’Oriente

Torturato e ucciso, poi abbandonato sul ciglio della strada polverosa che collega il Cairo ad Alessandria. È morto così Giulio Regeni. Il suo corpo venne ritrovato proprio il 3 di febbraio di due anni fa. Il giovane ricercatore dell’università di Cambridge era andato al Cairo per studiare i sindacati indipendenti e i movimenti sociali, che dovevano costituire l’oggetto della sua tesi di dottorato in Development Studies.
Lo scorso 25 gennaio centinaia di piazze italiane si sono tinte di giallo per ricordare i due anni trascorsi dalla scomparsa di Giulio, avvenuta – per una strana e inquietante coincidenza – in occasione del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir, che aveva deposto Mubarak e il suo regime trentennale.
Mentre la verità è ancora un affare di Stato, Giulio è diventato un simbolo. Ed è giusto così, se può servire a non farlo dimenticare e se l’attenzione mediatica può contribuire alla prosecuzione delle indagini, ad avere verità e giustizia.

Verità e giustizia per Giulio ce le chiede ogni piazza italiana; il suo nome è davanti ai comuni, nelle università, nei luoghi di cultura.

Il manifesto di Amnesty International affisso all’ingresso principale della Statale di Milano.

Giulio è per davvero ovunque, proprio lui che era diventato cosmopolita già ai tempi del liceo, quando aveva lasciato il Friuli per gli Stati Uniti.
I nove giorni della sua scomparsa sono perfino diventati un docufilm .
Giulio è diventato il simbolo di tanti che studiano lontano da casa, viaggiano, sono appassionati di diritti parlano le lingue. Ragazzi “occidentali”, direbbe qualcuno. Eppure le caratterizzazioni di questo tipo sono ambigue e, per questo, odiose. Occidentale sarebbe, dunque, chi appartiene all’Occidente, se solo esistesse. Occidente rispetto a chi? A che cosa, poi? A quale punto della mappa geografica? Così come, del resto, non esiste neanche l’Oriente: è una fantasia, un’invenzione politica, un non-luogo geografico. Come scrisse Edward Said, scrittore e docente statunitense di origini palestinesi, nel suo saggio Orientalismo:

The Orient is not only adjacent to Europe; it is also the place of Europe’s greatest and richest and oldest colonies, the source of its civilizations and languages, its cultural contestant, and one of its deepest and most recurring images of the other. In addition, the Orient has helped to define Europe (or the West) …
European culture was able to manage-and even produce-the Orient politically , sociologically, militarily, ideologically, scientifically, and imaginatively during the post-Enlightenment period.

L’Oriente sarebbe, dunque, un’immagine dell’altro che ci permette di identificarci come occidentali. E poi, anche ammettendo che l’Oriente, inteso come mondo culturale diverso, esistesse, Giulio amava quel mondo. Parlava inglese, certo, ma da anni studiava arabo e, ormai, parlava anche quello. Aveva vissuto nel New Mexico e in Gran Bretagna, ma era stato anche in Siria, prima ancora di andare in Egitto.

C’è anche un altro motivo per cui Giulio è diventato un simbolo non solo per i ragazzi occidentali. Se è vero che in vita aveva vissuto da occidentale, è altrettanto vero che Giulio è morto come un egiziano. Su sul suo volto sfigurato sua madre ci ha letto “tutto il male del mondo”, ma anche un destino collettivo che tocca tanti egiziani:

Quello che sta succedendo adesso ci dovrebbe far riflettere tutti. Noi abbiamo perso Giulio, ma molti altri hanno fatto la sua stessa fine. Perciò potrà anche essere un ‘caso isolato’ rispetto alla storia italiana, ma non se guardiamo all’Egitto e ad altri paesi.

Le sparizioni forzate e la tortura sono politiche di Stato molto diffuse nell’Egitto contemporaneo. Secondo Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International:

Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità.

Che nell’epoca della globalizzazione il dualismo tra Occidente o Oriente sia un mito politico, in grado di essere messo da parte quando ad imporlo è la Realpolitik — la politica degli interessi strategici che mette da parte le ideologie o quel che resta delle stesse — è ben esemplificato dal caso egiziano. L’Egitto è considerato da molte potenze “occidentali” un partner fondamentali nella lotta al terrorismo. Questa è diventata la giustificazione per il rifornimento di armamenti, contributo indiretto alla repressione e alle gravi violazioni dei diritti umani riportate dalle ONG.
Ricordare Giulio è ricordare quelli che, in Occidente come in Oriente, vivono come lui e sono morti come lui.

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

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