Fenomenologia dell’hater, tra rabbia repressa e invidia sociale

Antonino Treppiedi

È nato, in anticipo rispetto alle previsioni dei medici, Leone Lucia (per i detrattori: Lucia è il cognome anagrafico di Fedez, non il secondo nome del pargolo), figlio dell’imprenditrice e influencer Chiara Ferragni e il rapper Fedez. La gravidanza era stata annunciata nell’ottobre scorso, destando lo stupore dei fans.

La notizia della nascita del piccolo Leone ha suscitato nei social le più disparate reazioni: da quelle più appassionate e gioiose da parte dei fans della coppia, alle più dure e avverse da quelli meno legati ai due vip.
In particolare, commenti come “Bene, ora sono finiti i mali del mondo”, “Ma si può sapere che ce ne frega” (ma allora perchè perdi tempo a scriverlo?), “Scrivete solo sciocchezze, pensate ai problemi reali piuttosto” sono stati tra i più scritti da parte degli appartenenti al secondo gruppo, per non parlare di vere e proprie maledizioni a danno della neo-famiglia.

Ma cos’è che spinge la gente a scrivere questo tipo di commenti? La rabbia e l’invidia, senz’altro.

Di certo la Ferragni e Fedez non sono stati gli unici a subire certi attacchi gratuiti, visto che oramai ogni personaggio del web e dei social ha la sua porzione di haters, termine che sta ad indicare non coloro i quali semplicemente non si interessano o non gradiscono un determinato personaggio, ma tutti gli utenti che attaccano in maniera violenta e spesso immotivata un personaggio, desiderando solo di vederlo crollare e fallire.

L’hater poi assume dei risvolti ancora più ampi, come colui che critica tutto quello che passa sul web, stereotipo esemplificato dal personaggio Napalm51 del comico Maurizio Crozza, un uomo di mezza età, disoccupato e nullafacente che passa tutto il giorno al computer inveendo contro tutto e tutti, soprattutto contro personaggi famosi.

Napalm51 ha una caratteristica che ci può servire per capire meglio il fenomeno haters: quando Napalm51 inveisce e critica un personaggio, accusandolo di immoralità e di disinteresse verso i problemi del mondo, quando poi gli viene chiesto se lui ha mai fatto delle azioni a favore della questione che ritiene più importante, ogni volta si inventa scuse strampalate, intrise di complottismo. Gli haters accusano l’altro di cose di cui potrebbero essere benissimo accusati loro stessi, non fanno altro che proiettare le proprie mancanze, sensi di colpa, rimpianti e frustrazioni sull’altro, essi vedono nell’altro ciò che avrebbero potuto essere ma che non sono riusciti ad attuare o inversamente vedono nell’altro i difetti che in loro, inconsciamente, non riescono ad accettare. L’hater è fondamentalmente incoerente e paradossale, oltre ad essere invidioso e rabbioso.

Ed essendo l’invidia e la rabbia le componenti principali dell’hater, non possono che far capo ad una profonda irrazionalità: l’hater non ha vere ragioni per prendersela con un qualsiasi personaggio, è una rabbia cieca. E di conseguenza, dove non vi è spazio per la libera riflessione, si istituisce la mentalità del gregge, dove nessuno ragiona con la propria testa e quindi l’omologazione avviene come un fatto automatico.

L’hater è un fenomeno di massa, non la voce ribelle di un insoddisfatto qua e là.

E il fatto che gli haters si rivolgano quasi esclusivamente a personaggi famosi e facoltosi, non deve sorprendere: proprio come nella vita reale chi ha di più è mal visto e invidiato, e tutto ciò viene amplificato dalla piattaforma del social, dove le nostre vite sono messe in bella mostra e alla vista di tutti, dove una foto o un video può potenzialmente raggiungere migliaia di persone, e quindi la percezione della differenza tra chi è più ricco e più bello, più povero e più brutto, tra chi è alla moda e chi no, diviene notevolmente più evidente.

Gli haters, tuttavia, non costituiscono un fenomeno circoscritto alla realtà del web, ma sono la diretta esternazione di sentimenti come invidia e rabbia che da sempre avventano la mente dell’uomo, e i social in questo caso non sono altro che il luogo dove questi sentimenti possono essere espressi evitando il contatto diretto, nascondendosi dietro la tastiera.

Non è corretto pensare che i social siano una realtà a sé rispetto alla vita quotidiana, ma essi non sono altro che l’indiretta manifestazione di quest’ultima, un luogo dove è possibile approcciarsi all’altro evitando le timidezze grazie alla protezione di uno schermo, dando così luogo a risvolti spesso terrifici.

La cosa che si auspica in futuro, poiché i social stanno assumendo sempre più rilevanza all’interno della nostra vita, è che le istituzioni si prodighino per arginare il problema, magari offrendo nelle ore scolastiche degli spazi dedicati all’educazione civica del web, una sorta di linea guida per l’uso responsabile delle piattaforme social – possibilmente migliore del decalogo presentato a Futura dal Ministro Fedeli. Una proposta complicata da realizzare, ma non impossibile, affinché i social diventino veramente luogo di libero scambio di idee e non manicomi virtuali.

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