La farsa delle elezioni cubane

Se negli ultimi giorni, passeggiando per le strade di L’Avana o di qualsiasi altra città cubana, aveste chiesto ai cubani cosa sarebbe successo domenica, molto probabilmente vi avrebbero risposto che sarebbe avvenuto il passaggio dall’ora solare a quella legale – l’horario de verano. Quattro cubani su dieci non erano a conoscenza del fatto che ieri, 11 marzo, si sono tenute le elezioni generali, che risultano nella scelta dei deputati dell’Asamblea Provincial e dell’Asamblea Nacional del Poder Popular.
Si è trattato della seconda tappa del processo di rinnovamento politico dell’isola caraibica. La prima si era svolta a novembre, quando erano stati scelti i consiglieri municipali. L’ultima, la più importante, si terrà a maggio, quando i deputati dell’Asamblea saranno chiamati ad indicare chi saranno il Presidente e il suo vice; in altre parole, chi sostituirà Raul Castro, che è a capo del governo dal 2008.

Il popolo cubano parteciperà alle decisioni del prossimo governo e potrebbe revocare l’incarico ai suoi membri se non dovessero adempiere alle loro responsabilità.

Questo è quanto ha promesso all’uscita dal collegio elettorale l’attuale vicepresidente Díaz-Canel, che secondo molti presto prenderà il posto di Castro.
Anche per questo i cubani sono scettici riguardo al rinnovamento della politica cubana, da decenni popolata dalle stesse facce. Il massimo del cambiamento che si aspettano è che la nuova classe dirigente adotti codici politici e linguistici più vicini alle giovani generazioni di cubani.
Negli ultimi tempi, la campagna Voto por Cuba – sostenuta dalle principali testate giornalistiche controllate dal governo – ha invitato la popolazione ad andare a votare per Cuba, per Fidel Castro e per la Rivoluzione.

Come denuncia la Asamblea de la Resistencia Cubana, un gruppo di attivisti cubani in esilio a Miami, in questi mesi il governo ha condotto una campagna elettorale fraudolenta, utilizzando – addirittura – foto di personaggi famosi per spacciarli come giovani sostenitori del regime. La strategia, che ha visto coinvolta anche un’immagine del ballerino italiano Roberto Bolle, era volta a conquistare il voto dei giovani cubani.
Il governo cubano non aveva bisogno di questa farsa perché i candidati del partito vincessero le elezioni. Al contrario, poteva tranquillamente risparmiarsela.

Come ci spiega Alejandro Gonzalez Raga, direttore dell’Observatorio Cubano de Derechos Humanos ed ex prigioniero politico, che abbiamo recentemente contattato:

Ci troviamo di fronte ad un processo politico che non è né democratico né pluralista, in quanto è presente un unico partito, una sola tendenza politica, incarnata dal Partito Comunista; a quelle persone, a quegli attivisti che conducono un’opposizione pacifica e che volevano presentarsi come candidati a diversi livelli, non gli è stato permesso di farlo. Pertanto, siamo di fronte ad un processo di conferma dei candidati del partito comunista, secondo lo stile che apparteneva all’Unione Sovietica.

In altre parole, a queste elezioni non partecipa l’opposizione non perché non esiste, ma semplicemente perché agli oppositori non è stato concesso di esercitare i propri diritti politici.

Nonostante la repressione, il governo cubano non ha mai sconfitto l’opposizione.

Non si capisce come avrebbe potuto, dopo tutto, visto che non l’ha mai affrontata. C’è una bella differenza tra reprimere gli oppositori e vincerli politicamente. Da decenni, ormai, gli alti dirigenti dell’amministrazione cubana evitano di partecipare a qualsiasi tipo di evento che coinvolga esponenti dell’opposizione, della resistenza o membri delle comunità di cubani esiliate all’estero. L’ultimo dibattito televisivo risale all’ormai lontano 1996, quando il leader dei cubani in esilio Jorge Mas Canosa si confrontò con Ricardo Alarcón, l’allora presidente dell’Assemblea Nazionale.
Martha Beatriz Roque, la celebre attivista ed ex prigioniera politica cubana, non ha mai avuto dubbi sul fatto che le elezioni si sarebbero svolte “sin penas ni glorias”, senza che nessuno ci facesse caso. Pochi giorni fa, in un articolo pubblicato sul suo blog, Martha ha spiegato:

Anche se molti ritengono che si stia avvicinando il tramonto del dittatore Raúl Castro, quelle stesse persone che sostengono questa posizione non fanno menzione della possibilità che si avvicini il tramonto dell’intero sistema ormai decadente.

L’evoluzione dei rapporti con gli Stati Uniti è un aspetto importante di quel processo di rinnovamento politico che secondo molti starebbe avvenendo a Cuba. In realtà, proprio la questione del disgelo con gli americani esemplifica le controversie che caratterizzano tale processo.

L’amministrazione Trump ha sempre sostenuto di voler adottare misure in grado di realizzare il sogno dei cubani fuggiti negli Stati Uniti: una Cuba libre. Con l’obiettivo di attuare una politica di apertura verso i cittadini cubani, ma non nei confronti del governo, ha annunciato di voler cancellare l’accordo raggiunto tra Raul Castro e Barack Obama nel 2016. Finora il presidente Trump si è limitato ad introdurre, attraverso un ordine esecutivo, due misure che impongono rispettivamente la riduzione delle attività economiche (allo scopo di non fare affari con il governo) e l’applicazione, nel modo più rigoroso possibile, delle limitazioni ai viaggi degli statunitensi verso l’isola. L’opposizione cubana negli Stati Uniti aveva guardato con favore al tentativo dell’ex presidente Obama di avviare un nuovo corso nelle relazioni bilaterali. La risposta del governo cubano non è stata positiva: nei mesi successivi all’accordo con gli Stati Uniti la repressione sarebbe addirittura aumentata. Molti cubani all’estero sostengono che “il governo di Castro ha morso la mano che gli Stati Uniti gli stavano tendendo”.
Insomma, ci vuole ben altro per cambiare Cuba. Non è detto che la fine dell’era Castro metterà fine al Castrismo.

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

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