La francofonia e la Françafrique che non esiste più

Françafrique” è una parola ambigua, che qualcuno considera scandalosa. Indica forse un luogo meta-geografico? In realtà si riferisce ad un fenomeno politico che ha caratterizzato per decenni le nuove nazioni indipendenti che avevano fatto parte dell’impero francese e che si caratterizzava per il controllo politico esercitato su di esse dalla Francia. In pratica, Parigi sceglieva le élite politiche africane. Anche se la Françafrique non esiste più, alcuni ritengono che la Francia abbia trovato altri modi per esercitare la propria influenza sull’Africa francofona.

Si conclude oggi, 25 marzo, la settimana della lingua francese e della francofonia. Il termine designa l’insieme delle persone che utilizza il francese come lingua madre o seconda lingua. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio della Lingua Francese 254 milioni di persone parlano francese, cosa che rende la lingua di Molière la quarta più parlata al mondo, dopo il cinese, l’inglese e lo spagnolo. Il francese è anche la quarta lingua di internet, la terza nel settore del business, la seconda più presente sui media, la seconda più utilizzata nelle organizzazioni internazionali e la seconda più imparata come lingua straniera.
Benché la francofonia abbia una portata universale, la maggior parte di coloro che utilizzano il francese quotidianamente vivono in Africa: si tratta del 57% del totale e la percentuale potrebbe aumentare per effetto della crescita demografica.

Fonte: La langue française dans le monde, Rapport OIF 2014

Anche per questo la francofonia riguarda direttamente i rapporti culturali, sociali e di potere esistenti tra i paesi africani francofoni e la ex madrepatria.

Oggi poche cose legano l’Africa e la Francia come fa la lingua francese e la Francia ne è consapevole.

In occasione della giornata internazionale della lingua francese, celebrata il 20 marzo, il presidente Emmanuel Macron ha tenuto un discorso all’Académie française di Parigi nel quale ha affermato che è necessario promuovere la lingua francese e privarla dei sospetti di neocolonialismo:

La letteratura, la poesia, la musica, il teatro, il cinema, l’eloquenza, il dibattito filosofico. Per questo la lingua francese parla del mondo. Oggi la francofonia non indica quello spazio indefinito alla periferia della Francia, nel quale essa dovrebbe essere il centro; ma una comunità umana che condivide una lingua comune.

La francofonia, insomma, non deve più farci venire in mente una foto di un presidente della Repubblica francese circondato da presidenti africani.

Il presidente francese François Mitterand circondato dai capi di Stato africani in occasione di un incontro del 20 giugno 1990 a La Baule.

In Francia molti ritengono che sia solo una questione economica. In altre parole, la condivisione della lingua francese dovrebbe favorire gli investimenti francesi in Africa e garantire l’apertura dei mercati africani alla Francia.
Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, il presidente Macron è stato impegnato in un intenso viaggio in Africa, che annovera tra le sue tappe il Burkina Faso, il Mali, la Costa d’Avorio, ma anche il Ghana anglofono; alla ricerca, forse, di un ruolo sulla scena internazionale per compensare la mancanza di leadership in Europa. Non si è limitato a definire l’Africa “il continente del futuro”, ha anche promesso di aumentare gli aiuti allo sviluppo, che dovrebbero raggiungere i 15 miliardi nel 2022. Eppure, oggi la sfida della francofonia riguarda la ridefinizione dei rapporti culturali ancor prima di quelli economici.

Secondo il filosofo angolano Pedro F. Miguel negli anni della lotta per l’indipendenza dal colonialismo, la bandiera più sacra, per gli africani, era rappresentata dai riferimenti ai propri sistemi di valori e alle proprie tradizioni, prime fra tutte quelle linguistiche. Dopo l’indipendenza, raggiunta la libertà, l’esigenza di preservare la propria identità è stata messa da parte in nome di una presunta modernizzazione.

L’africanizzazione della lingua francese esemplifica questo duplice processo: al tentativo di mantenere la propria identità si affianca la necessità di rimanere in contatto con il resto del mondo.

Il drammaturgo algerino Keteb Yacine diceva che la lingua francese è un bottino di guerra. Sicuramente lo è stato ma, come spiega Dalia Berritane all’Institut Montaigne, i popoli africani si sono appropriati della lingua dei colonizzatori, nutrendola con i dialetti locali, vivacizzandola con espressioni antiche, parlandola nelle strade.
Questo métissage linguistico è diventato il simbolo del desidero dell’Africa francofona di valorizzare la propria identità e di affermare la propria differenza rispetto agli altri, solitamente gli europei. L’Africa – quella francofona ma non solo – ha i suoi romanzieri, i suoi artisti, i suoi filosofi, i suoi popoli e, soprattutto, la propria coscienza di sé.
Ancor prima che per favorire gli affari, la lingua francese dovrebbe servire per raccontare le molteplici identità dell’Africa. Parlare dell’Africa francofona come se fosse ancora una colonia francese non basta, perché la Françafrique non esiste più.

Letizia Gianfranceschi
Studentessa di Relazioni Internazionali. Il mondo mi incuriosisce. Mi interesso di diritti. Amo la letteratura, le lingue straniere e il tè.

Commenta